domenica 1 aprile 2012

Lavorare in O.P.G.


La prima volta che entrai in O.P.G. ricordo che il cuore mi batteva fortissimo, ero emozionata, spaventata e soprattutto felice, stavo realizzando un sogno. Ricordo i primi giorni di lavoro, il primo soprattutto, entrai in un ufficio e dall’altro lato c’era chi mi accolse con entusiasmo, lasciandomi alquanto interdetta; io che non amo le forze dell’ordine, che prima di allora ero entrata in O.P.G. con gli ospiti del gruppo appartamento in cui lavoravo e che ero sempre stata accolta con sgarbo… I primi giorni in O.P.G.  erano strani, giravo per i cortili e i reparti, sentivo voci dalle sbarre che mi chiamavano, io rispondevo a quelle voci senza rendermi conto che per la sicurezza questo mio comportamento era sconveniente. Una dottoressa che da confidenza agli internati, la cosa mi ha dato non pochi problemi, fino a discutere con un membro della sicurezza che non apprezzava la mia voglia di fare. Con il trascorrere del tempo gli internati hanno iniziato a conoscermi e sempre più le voci dalle sbarre aumentavano, ma allo stesso tempo qualche membro della sicurezza che non vedeva più in me qualcuno che volesse sottrargli il lavoro ha iniziato a collaborare.  C’è un gran mistero nei confronti degli O.P.G., domande, curiosità, informazioni che spesso i mass media tendono a distorcere, allo stesso tempo si potrebbe fare molto ma molto di più. In questi mesi si sta tentando di restaurare la struttura che aveva bisogno di manutenzione, ci sono state visite del TG1 di recente, ma come in ogni luogo c’è chi ama il suo lavoro e lo esegue con passione e chi invece ha tanti di quei pregiudizi che mi chiedo cosa faccia in quel luogo. La suddivisione dei ministeri non aiuta, c’è un continuo scarico di competenze e di responsabilità. Si avvicina il tempo in cui dovrebbero essere chiusi, ma nella realtà non ci sono valide alternative, sarebbe bello se invece di perdere tempo alla ricerca di soluzioni esterne si riqualificassero le strutture già esistenti, si facesse una bella selezione del personale, confermando coloro che sono realmente motivati e soprattutto se le ASL rispettassero i pagamenti. C’è da dire, infatti, che non è semplice lavorare senza la certezza di un pagamento alla fine del mese, devi essere fortemente motivato a restare per reggere una situazione del genere. Le soluzioni sarebbero innumerevoli e a mio avviso anche efficaci, ma c’è qualcosa a noi nascosto che impedisce la soluzione del tutto e nel frattempo chi ci rimette sono gli utenti. Le frustrazioni di gran parte del personale è su questi ultimi che si ripercuote ed io non credo sia giusto, che colpe hanno essi se la burocrazia è mal funzionante e se ci sono persone che non amano ciò che fanno? In molti restano interdetti quando riferisco il luogo in cui lavoro, ma io l’amo quel luogo, le persone che ci sono dentro e tutto ciò che comporta trascorrere delle ore con loro. Ci sono giorni in cui la stanchezza ti prende, in cui ti senti il burattino tirato dai fili della politica e dei sotterfugi, ma contemporaneamente è bello vedere quando la tua presenza porta un sorriso, quando grazie a te c’è qualcuno che può trascorrere delle ore all’aria aperta. Quante e ancora tante cose potrebbero essere fatte, milioni di progetti e d’idee e mi auguro sempre di vedere realizzate e nel frattempo nel mio piccolo provo a portare un po’ di luce in un mondo fatto di grigiore e cupezza e di vite che sono ricche di sofferenza. A volte, invero, ci si dimentica che chi popola gli O.P.G. è un insieme di persone eterogenee, fatto d’individui con patologia psichiatrica, spesso abbandonati dalle famiglie e che hanno il timore di uscire da lì, che temono per la chiusura degli stessi. A essi si aggiungono coloro che hanno commesso reati, alcuni dei quali recidivi, altri che provano a riqualificare la propria vita, ma non è facile. Sanno bene che ormai sono marchiati e che la società non perdona. Lo dico sempre che il cambiamento deve avvenire nelle menti e poi posto in essere.  Chissà se un giorno questo si avvererà, in alcuni istanti sembra tutta un’utopia, se la mente vola a Franco Basaglia, se penso che gli abitanti della struttura protagonista del film “Roba da matti” siano stati sfrattati, mi sento impotente, poi mi fermo un attimo, raccolgo le forze e vado avanti, perché sono sicura che Basaglia così avrebbe fatto e perché è ciò in cui credo. Io vi saluto e vi do appuntamento a un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti




mercoledì 28 marzo 2012

Donne e violenza

Il continuo susseguirsi di violenze nei confronti delle donne mi ha spinto a chiedermi cosa stia accadendo, se è la società più violenta o forse semplicemente si ha di più il coraggio di denunciare, in ogni caso cosa porta alla violenza di genere?

La violenza di genere è un comportamento abusivo che si perpetua nei confronti di un altro individuo del sesso opposto, contrariamente a quanto si possa credere, non esiste solo violenza nei confronti delle donne ma anche degli uomini.

Anzitutto definisco il concetto di violenza nei confronti della donna prendendo in prestito la definizione utilizzata dall’art. 1 della dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 il quale definisce violenza contro le donne:

“Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, di coercizione privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica sia in quella privata.”

Mi concentrerò maggiormente sulla violenza nei confronti delle donne, perché come asserito in precedenza, le donne sono maggiormente colpite da questo fenomeno, tuttavia, ricordo al lettore che alcuni comportamenti, con le dovute distinzioni ovviamente, sono perpetuati anche nei confronti degli uomini. Ricordo ancora, che tali comportamenti sono perseguibili giuridicamente e riporto, inoltre, di seguito i tipi di violenza cui un individuo può essere sottoposto:

Violenza fisica: qualsiasi forma di aggressività e maltrattamento contro le donne, contro il loro corpo e le cose che a loro appartengono. Tale comportamento è posto in essere di solito per indurre la donna al ruolo di sottomessa.

Violenza psicologica: forma di aggressività verbale o fisica che colpisca la dignità personale, mancanza di rispetto e atteggiamenti che ribadiscano la subordinazione e l’inferiorità della donna stessa.

Stalking: Persecuzioni e molestie assillanti che hanno lo scopo di indurre una persona allo stato di allerta, di emergenza e di stress psicologico. Tale comportamento si ritiene di solito messo in atto da sconosciuti, in realtà, anch’esso, come le forme di violenza in genere preposte contro le donne, possono essere compiute da familiari, o compagni in genere, che temono di essere abbandonati o ancora, per risentimento dopo la fine di una relazione.

Violenza sessuale: imposizione di coinvolgimento in attività e o rapporti sessuali senza il consenso, sia all’interno sia al di fuori di una coppia. La violenza sessuale comporta aggressioni fisiche quali lo stupro, il tentativo di stupro, lo stupro di gruppo, in cui la donna è costretta ad avere rapporti sessuali con una o più persone estranee o meno, che non accettano il rifiuto della donna. Riguardo alla violenza sessuale, rammento al lettore che molto spesso si confonde la violenza sessuale con la violenza carnale e quindi con lo stupro nello specifico o ancora, lo stupro con l’abuso. Quest’ultimo, al pari della violenza nei confronti di un individuo costituisce tutti quei comportamenti fisici e psicologici perpetuati nei confronti di una persona senza il suo consenso e volti a creargli danno. Faccio presente ancora, che l’abuso sessuale intra familiare è la forma di violenza sessuale più frequente e riguarda appunto tutte forme di violenza sessuale in cui il carnefice è un membro interno o vicino alla famiglia. Uno sguardo alle statistiche conferma tali parole se pensiamo che solo un quarto delle violenze avvenga per strada e che nel 18% il carnefice sia uno sconosciuto. Su 4 abusi sessuali, posti in essere o tentati, in 3 casi l’abusante è un familiare, amico o parente.

La violenza, come sostenuto in precedenza, è un crimine, ma continua il più delle volte a essere considerata da istituzioni sociali e dallo Stato come una questione privata e soprattutto da tenere nascosta. Un altro mito da sfatare è che la violenza nei confronti delle donne sia circoscritta a regioni specifiche e classi sociali tipiche, niente di più falso. Uno sguardo al rapporto presentato al Comitato per l’uguaglianza tra uomini e donne del consiglio europeo evidenzia quanto almeno 1 donna su 5 subisca nella sua vita uno stupro, un tentativo di stupro e 1 su 4 esperisce la violenza da un partner o ex partner e quasi tutte le donne sono state oggetto di molestia sessuale.

Alla luce di tutto questo provo a dare qualche risposta a quelle domande che sovente ci poniamo leggendo un articolo di giornale, osservando il telegiornale o in genere nelle chiacchiere quotidiane che avvengono alla conoscenza di una violenza. Quali sono i meccanismi che possono scattare nella mente di un uomo per perpetrare violenza nei confronti di una donna? La risposta non è semplice ed è anche multifunzionale, cioè riguarda vari aspetti, culturali, psicologici, educativi, per cui la violenza di genere è un argomento multidisciplinare se così si può definire. Ciò può essere confermato dando un semplice sguardo alla legislatura o anche alla religione, entrambe assumono un certo comportamento aggressivo e di sottomissione nei confronti della donna. Riporto di seguito la storia giuridica che riguarda non solo le forme di violenza perpetrate nei confronti delle donne ma anche il suo ruolo sociale.

Va anzitutto rammentato che il diritto di voto delle donne è relativamente recente, esso risale al Dlgs 10/1271945, emanato per dar loro modo di votare ai referendum del 2 giugno 1946 e che queste hanno avuto accesso alla carriera in magistratura con la legge n 66 del 9/2/1963.
Teniamo presente oltretutto, che solo nel 1968 con la legge n.126 del 19/12 è stato dichiarato illegittimo l'art. 559 del codice penale, il quale puniva l'adulterio della donna coniugata, mentre quello dell’uomo restava impunito. Ciò rende chiaro quale fosse il ruolo relegato alle donne nella società. Solo piano piano e con lotte sociali le cose sono un po' cambiate, anche se le cronache ci dimostrano quanto ancora si debba fare. Un’importante modifica che bisogna rilevare è quella apportata con la legge n.442 5/8/1981 che abroga gli articoli del codice penale riguardanti i delitti di onore, ovverosia l'articolo 578 che riguarda l'infanticidio e il feticidio a causa dell’onore, l'art. 592 che riguarda l'abbandono di neonato per causa di onore. L’art. 551 che riguarda l'aborto per causa d onore. Le pene date a chi commetteva tali reati erano irrisorie, si teneva in alta considerazione lo stato sotto di cui questi delitti erano commessi, cioè si dava più importanza al disagio che provava l'autore del delitto d'onore, che alla cruenza del delitto in se e nei confronti della persona cui esso era perpetrato. Esisteva, infatti, l’art 587 riguardante l’omicidio e la lesione personale a causa d'onore, dove quest'ultima era un’attenuante di altissimo valore di fronte all’illegittima relazione carnale del coniuge, della figlia e della sorella, idonea a ledere l'onore della famiglia; tutto ciò ovviamente era inesistente per l’uomo.
Le pene riguardanti nello specifico i reati sessuali sono rintracciabili nel nostro codice penale al capitolo Dei delitti contro la libertà sessuale. Rileviamo, per quanto riguarda le violenze nei confronti della donna, che fino al 1996 si parlava di reati morali e contro il buon costume e non contro la persona e la libertà individuale, tale passaggio è avvenuto nel 1996 con la legge n. 66 che ha sancito tale passaggio. Nel 2001, la legge n. 154 Misure contro la violenza nelle relazioni familiari, prevede l'allontanamento del membro violento per via civile o penale e misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza. In fine la legge del 2009 sullo stalking e la molestia.
In seguito a quanto detto finora, è possibile affermare che la violenza di genere possa essere considerata un assunto sociale, poiché gli uomini l’hanno usato  e la usano per i motivi più diversi, i quali vanno dal mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne o per bloccare un regresso su questo potere. Possiamo, inoltre, osservare, dopo la digressione giuridica dovuta a chiarire il quadro in cui la violenza possa essere resa esplicita, che la violenza di genere per lungo tempio sia rimasta sopita perché facente quasi parte di un costume sociale in cui la sottomissione della donna era sancita anche a livello giuridico.
L’aspetto giuridico e sociale rende chiaro che la violenza di genere abbia delle radici molto profonde che vanno ricercate essenzialmente in quella che è la nostra storia e la nostra cultura o meglio, la cultura del mondo. La donna da sempre è stata considerata un oggetto sul quale esercitare potere, per cui non desterà stupore al lettore sapere che fondamentalmente non ci sono categorie specifiche di maltrattatori, questi ultimi non possono essere relegati in alcuna categoria compresa in età, razza, ruolo sociale o come molti ritengono categorie psichiatriche. Ciò rende il fenomeno ancora più intricato da risolvere, perché fondamentalmente una categoria psichiatrica potrebbe farci trovare una soluzione. Un problema radicato nella cultura è molto più difficile da estirpare. Bisogna, infatti, sottolineare che non necessariamente chi ha subito violenze da piccolo diventi un violento da adulto. Studi sulla personalità dello stupratore, invero, evidenziano che lo stupro e l’abuso in generale, soddisfi bisogni non sessuali, ma volontà di potenza e rabbia. Mi sono volutamente soffermata su aspetti giuridici e sociali per sfatare un grosso mito che riguarda la violenza di genere, sovente essa viene attribuita a soggetti che hanno delle disfunzioni sessuali o psichiatriche, il che placa le coscienze di molti, evidenziando che la soluzione o la prevenzione sia difficile da attuare poiché dovuta a presunti raptus di follia. Niente di più falso. E’ il mondo in cui viviamo che giustificando l’aggressività e relegando la donna a ruoli secondari, implicitamente giustifica un qualsiasi atto di violenza nei suoi confronti.  Ho in precedenza affermato che gli abusanti difficilmente hanno disfunzioni sessuali, i disturbi che hanno sono certamente legati alla sfera affettiva, al non sentirsi degni dell’amore altrui e soprattutto a non riuscire ad accettare un rifiuto o un abbandono e tali scompensi sono legati a disfunzioni nella personalità, ma che ripeto non sono legati a disfunzioni sessuali. Io vi saluto auspicando che questi atroci atti di violenza, che la continua aggressività inducano le menti di coloro che ci governano a trovare soluzioni e che soprattutto si educhino le persone al rispetto altrui, nei confronti di ogni essere vivente, qualunque categoria di razza o sesso appartenga … Alla prossima …
Rosaria Uglietti








lunedì 26 marzo 2012

Una giornata speciale


Oggi voglio raccontarvi qualcosa di positivo che è accaduto questo sabato appena trascorso. In genere racconto episodi tristi che riguardano gli internati dell’O.P.G. di Aversa, oggi voglio raccontarvi del pranzo avvenuto presso il chiostro di S. Francesco in Aversa, offerto dalla CONFESERCENTI. Il tutto probabilmente è avvenuto per le imminenti elezioni che ci saranno, tuttavia, per una volta voglio considerare non il fine ma il mezzo. Arrivata in O.P.G alle 12, vado alla sezione matricola per presentare i documenti e sbrigare le pratiche burocratiche per l’assegnazione dell’internato. Sono usciti circa 15 internati, alcuni volontari non si sono presentati, ma ripeto questa volta sono qui a raccontarvi la gioia di quella giornata sui volti di quelli che in genere sono gli ultimi della società. E’ stato un bel pomeriggio, è stato stupendo vedere quei volti gioiosi, ma ciò che mi ha colpito soprattutto è avere la possibilità, ancora una volta, di poter dire che qualcuno che rispetta costoro c’è. Di solito io sono qui a raccontarvi di sicurezza indifferente, di personale sanitario poco preparato, ma c’è qualcuno in O.P.G. il cui sguardo s’illumina ogni volta che si rivolge agli altri e allo stesso tempo, illumina i volti delle persone cui si rivolge. Questa persona è il capo dell’area trattamentale ed è colui che mi ha fatto ricredere sull’arma. Mi piacerebbe che ci fossero più agenti con il suo spirito, con il suo sorriso, ma a volte è bello anche solo sapere che ci sia almeno uno che fa del suo meglio nello svolgimento delle ore lavorative. E’ stata la prima caratteristica che ho osservato in quest’agente fin dal primo giorno in cui ho messo piede in O.P.G., il suo entusiasmo, la sua giovialità messa a disposizione, anche se facciamo parte di due ministeri differenti e se dovremmo avere prospettive dissimili, è bello stargli accanto e imparare a vivere in un mondo non mio, di cui non condivido molti aspetti. Arrivati al Chiostro, abbiamo occupato posto ai tavoli, ognuno di noi con l’internato assegnatogli, il pranzo era allietato da un’orchestra ed è stato meraviglioso osservare i volti dei pazienti, la capacità di molti di riuscire a stare in un luogo poco conosciuto, con persone sconosciute e soprattutto la voglia di normalità che regnava. Il pranzo si è svolto nella quiete generale, certo sempre con occhio vigile di chi sa bene che un qualsiasi cambiamento nelle abitudini di persone che vedono le loro giornate scandite dalla monotonia e dalla routine, possa avere delle conseguenze, ma alla fine è andato tutto nel migliore dei modi. Questo ancora una volta pone l’accento su quanto potrebbe essere fatto nel quotidiano e che di sovente non è posto in essere. Rileva quanto è nella cultura e nella testa delle persone il luogo del cambiamento. Io auspico che giornate del genere non siano promosse solo per riflettere su se stessi la luce degli ultimi, ma che un giorno realmente il malato di mente sia esso un reo o meno, possa essere guardato dall’altrui sguardo con la stessa dignità e con la stessa possibilità di ogni altri essere vivente. Vi saluto con la speranza nel cuore che tutto ciò un giorno si avveri. Alla prossima …

Rosaria Uglietti


martedì 24 gennaio 2012

L'immagine corporea

L’argomento che affrontiamo oggi è il risultato della conversazione con una amica, la quale mi ha chiesto se potessi scrivere qualcosa in merito e allora eccomi qui.
Inizio come sempre nel definire l’argomento, il quale riguarda l’immagine corporea, facendo riferimento  a quella che negli ultimi tempi sembra essere la più accreditata e quella che ritengo più rappresentativa, ovverosia la concezione di Paul Shilder,
L’immagine corporea è la modalità con cui rappresentiamo il nostro corpo nella mente, è il modo in cui questo ci appare.
Da tale definizione si evince che essa non è oggettiva, cioè il modo con cui ci percepiamo non necessariamente corrisponde a come esso sia. Detto questa la domanda sorge spontanea, da cosa è dovuta la nostra immagine corporea? La risposta la desumo dal paradigma psicoanalitico e successivamente da quello che è il pensiero che più si avvicina al mio, la fenomenologia.
Sentimenti, comportamenti, pensieri, autostima,  famiglia di origine, amici e partners, sono gli elementi dai quali costruiamo la nostra immagine corporea. Ad essi possiamo aggiungere anche gli stereotipi culturali riguardanti l'apparenza fisica ed i modelli proposti dai mass media, i quali  influenzano l'immagine e quindi la soddisfazione che ognuno ha di se.

Facendo ancora riferimento al paradigma psicoanalitico, l’immagine corporea è un insieme di rappresentazioni ed affetti contenente le tracce delle esperienze avute sia con il proprio corpo che con quello delle figure primarie. I moti pulsionali, che fin dall’inizio della vita, ivi compresa la vita intrauterina, hanno investito il nostro corpo, o le sue parti, così come i corpi dei genitori o alcune loro parti, lasciano delle tracce nell’inconscio, l’insieme di tali tracce, denominate fissazioni,  diventa il nucleo inconscio dell’immagine corporea. Questo nucleo inconscio struttura l’immagine preconscia e conscia, influenzandola per tutto il corso della vita.
Schilder, sintetizzando due mondi che di norma non comunicano, il clinico psicologico e il neurologico, asserisce che la modalità percettiva dell’immagine corporea avviene attraverso la personalità, per cui ognuno di noi ha un proprio peculiare e specifico modo di percepire la propria immagine corporea.   Ciò implica che l’immagine corporea non è un mero insieme di sensazioni fisiologiche ma è la possibilità che ogni individuo ha, attraverso aspetti cognitivi e affettivi, di costruire se stesso. Tale processo è dinamico e cambia con il cambiare dei vissuti della persona, cresce e si trasforma insieme a quest’ultima, partendo da quando si viene al mondo e non ci si percepisce come separati da questo, all’avanzare dell’età e si subiscono le influenze dei propri vissuti e delle proprie esperienze.
Riferendomi all’approccio fenomenologico, riporto un’affermazione di Galimberti, il quale asserisce che l’esperienza della nostra corporeità non è l’esperienza di un oggetto, ma del nostro modo di abitare il mondo. Attraverso queste parole possiamo comprendere ancora meglio che il nostro modo di percepirci, di vivere e di esperire noi stessi è la diretta conseguenza di come noi viviamo, di come le nostre esperienze, la stima che abbiamo di noi influiscano sulla percezione corporea. Cosa vuol dire abitare il mondo? Significa quale riteniamo possa essere la nostra posizione, quale spazio possiamo occupare, cosa sentiamo o meno nostro, a cosa apparteniamo. Ciò implica anche che conosciamo il mondo attraverso la percezione che di esso abbiamo attraverso i suoi oggetti, i quali indicano al corpo le sue possibilità. Galimberti afferma che per disporre del proprio corpo non è sufficiente una struttura anatomica e fisiologica perfetta, ma di un mondo dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con esso. Un esempio chiarificatore determinato ancora da Galimberti è il corpo nel mare, se pretendo di entrare nel mare dopo aver imparato a nuotare non imparerò mai a nuotare, non perché il mio corpo fuori dall’acqua non sia in grado di apprendere i movimenti necessari, ma perché fuori dal mare manca al corpo quel mondo di cui il corpo necessita per sentirsi operativo.  Tale esempio ci fa comprendere come in un mondo che il corpo non sente suo l’individuo possa sentirsi a disagio. La conseguenza di ciò è che nel momento in cui l’individuo esperisce un malessere, quest’ultimo possa riflettersi sulla propria immagine corporea e possa accadere che egli veda cose di se che gli altri non vedono, di esasperare alcuni aspetti del proprio corpo che gli creano sofferenza. Voglio ricordare inoltre, che spesso, la modalità con cui ci si percepisce può influenzare anche l’alimentazione, infatti, i disturbi alimentari di frequente sono connessi a un disturbo legato ad un errata percezione di se stessi. Labile quindi è il confine fra disturbi alimentari e cattiva percezione della propria immagine.
Entrambi i paradigmi presi in considerazione evidenziano l’importanza del proprio vissuto circa la modalità di percepirsi, di quanto le emozioni possano influire sulla nostra immagine corporea, in particolare il paradigma psicoanalitico fa riferimento ai vissuti non solo individuali ma anche parentali, questo aspetto sottolinea la relazione tra immagine di se e disturbi alimentari, sappiamo che le figure parentali e in particolar modo la madre abbia influenza su questi. Non voglio dilungarmi eccessivamente sul disturbo alimentare di cui eventualmente parlerò in futuro, quanto sul disagio che si prova nel percepirsi in maniera distorta. Il vedere la propria immagine in maniera errata porta la persona a non sapersi muovere nel mondo, a non sapere quale possa essere il proprio posto al mondo. Qui mi riferisco al paradigma fenomenologo che considera tutti gli aspetti normali e patologici della persona attraverso l’esperienza corporea, la persona vive il mondo attraverso il corpo, per cui se il mondo è abitato in maniera positiva, se la persona sente quel mondo suo, riesce a muoversi in esso e a viverlo in modo sereno. Possiamo trovare conferme di tali affermazioni ogni volta che ci sentiamo a disagio, fuori posto e non troviamo una posizione in cui star fermi o seduti o ancora non riusciamo a muoverci con disinvoltura, tali disagi che si riflettono sulla nostra modalità corporea di esprimerci, indicano che non stiamo abitando il mondo, ma lo stiamo subendo e tentando di fuggire da esso. Un’ulteriore conferma è rintracciabile nei disagi delle donne affette da sindrome premestruale, in quei momenti non si ha voglia di essere esposti, il mondo ci appare come un qualcosa di estraneo, di nemico; ancora una volta troviamo la spiegazione in termini di fenomenologia, abitare il mondo significa sentirsi a casa, per cui tutte le volte che non ci sentiamo a casa è dovuto ad un disagio che stiamo esperendo e quindi a un non sentire il mondo come casa nostra. La soluzione, tuttavia, è data proprio da ciò che non vorremmo, è solo attraverso l’esposizione al mondo che il disagio è superabile, dove per esposizione si intende non la mera esposizione corporea, non lo spogliarsi, ma l’interagire con il mondo, con i suoi oggetti e renderli parte di noi, renderli casa nostra. Dobbiamo imparare a dialogare con il mondo, solo attraverso la comunicazione e la conoscenza, ancora una volta siamo in grado di superare gli ostacoli che la vita ci pone. Vi saluto ancora con le parole di Galimberti   Avere un mondo è qualcosa in più del semplice essere al mondo … Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

domenica 22 gennaio 2012

Incontrare il buio ...

Nei miei viaggi in rete spesso mi perdo negli scritti di Franco Basaglia. Chi un po' mi conosce o ha letto qualcuno dei miei elaborati sa della mia grande passione nei confronti di quest'uomo, della stima che ho e soprattutto della mia condivisione del suo operato ...

Cosa farebbe se il black out capitasse improvvisamente a casa sua? Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri attività giuste per il buio ....

Questa citazione rispecchia in pieno, a mio avviso, la personalità di Basaglia e il suo modus operandi. Non pretendo di conoscerlo, so di lui attraverso le sue  pubblicazioni, le sue citazioni, l'aver studiato la sua legge, che haimè ancora oggi non è applicata, tuttavia, ho per quest'uomo una stima quasi come se l' avessi conosciuto. Di questa citazione la parola che più mi colpisce è accettazione, ciò che di solito noi individui non riusciamo a compiere, nè nei confronti di noi stessi, tanto meno nei confronti dell'altro, a maggior ragione se questi è affetto da una patologia psichiatrica. La mia non vuole essere una generalizzazione, ma è il risultato di molte osservazioni, in primo luogo di me stessa. Io lavoro in O.P.G., acronimo di Ospedale Psichiatrico Giudiziario e mai come negli ultimi tempi si sente parlare di chiusura di essi, di legge Basaglia inapplicata, di superamenti e altro ed io, sempre più spesso, mi chiedo quanto questi uomini che parlano riuscirebbero a gestire il buio. Quanti di costoro sanno in realtà gli O.P.G. da chi sono popolati. Io da sempre mi batto per la riqualificazione di essi, per il cambiamento che dovrebbe avvenire nella testa di molti, anche di alcuni colleghi, ma parlare di chiusura, senza considerare cosa fare subito credo sia inopportuno. Da troppo tempo si parla di Decreti, Leggi, ma nella sostanza non si vede nulla, si parla di cambiamento ma non si decide in realtà come porlo in essere. Non vorrei che fosse solo un modo di molti per splendere, richiedere voti e poi inapplicare la legge come è avvenuto finora. Gli O.P.G. avrebbero dovuto essere chiusi da tempo a sentir i ben pensanti, io invece mi chiedo perchè invece di spendere soldi per nuove strutture non si riqualificano quelle che si hanno e si applicano le leggi che già ci sono per rendere migliore la vita agli ospiti di esse? L'O.P.G. di Aversa è pienamente inserita nel verde, ci sono alberi di limoni, arance, che potrebbero e in parte lo sono, essere curate dagli ospiti, ci sono animali, si potrebbe fare pet therapy, ci sono laboratori, quindi assumendo più psicologi, operatori del sociale e coloro che si occupano di relazione di aiuto, programmare più laboratori, rendere le giornate piene e soprattutto riqualificare la vita degli ospiti. Bisogna ricordare, inoltre, che gli O.P.G. ospitano autori di reati i quali sono incompatibili con dei gruppi appartamento, per cui, lungi da me ritenere costoro aventi meno diritti dei soli utenti affetti da patologie psichiatriche, potrebbero anch'essi essere inseriti in programmi di recupero e quindi spendere tutti i soldi che sono a disposizione per una riqualificazione della struttura e soprattutto dell'assunzione di personale qualificato e felice di lavorare in questi ambienti. Ciò tuttavia, potrà avvenire solo nel momento in cui noi saremo in grado di incontrare il buio presente nelle nostre anime e nelle nostre menti, ma fin quando avremo paura del diverso, del criminale  e di tutto ciò che riguarda il mondo della psichiatria rea o meno che essa sia, noi sentiremo solo e sempre i ben pensanti di turno di chiusra mai posta in essere, di cambiamento, superamento e corse per restare sempre fermi. Vi saluto augurandomi che indipendentemente da ciò che sarà deciso, almeno per una volta si penserà al bene delle persone e non al tornaconto personale. Alla prossima
Rosaria Uglietti

mercoledì 28 dicembre 2011

O.P.G. contraddizioni e voglia di cambiamento ...

La realtà degli O.P.G.è disarmante e sicuramente difficile, per noi che la viviamo tutti i giorni è un paradosso tra ciò che si potrebbe fare e quello che riusciamo a porre in essere, ciò è fuori di dubbio, ma ci sono anche persone come me che credono in quel che fanno, per cui non buttiamo via tutto ciò che c'è, ma proviamo a migliorare quello che abbiamo e ad eliminare quello che non va ... Ci sono persone con cui non collaborerei, di cui non condivido nè il modo di fare tanto meno il modo di porsi nei confronti degli utenti, ma ci sono anche colleghi o addetti alla sicurezza che amano ciò che fanno, nei cui occhi splende una luce, la stessa luce che dicono risplenda nei miei. Io so che con queste persone lavoro bene e se in loro vedo quella luce che attribuiscono a me, probabilmente è perchè amano ciò che fanno come lo amo io. Io è da tempo che parlo delle contraddizioni del mio quotidiano, del dolore nel vedere che alcuni utenti non sono rispettati, ma posso garantire che c'è chi come me che ama quel che fa. Ricordiamoci sempre di non fare di tutta l'erba un fascio e soprattutto ricordiamoci sempre che parliamo di persone e dobbiamo avere il loro benessere come punto di riferimento. In questi giorni stiamo facendo veramente tanto, c'è ancora un lavoro immenso da fare, dovrebbero cambiare ancora molti modi di pensare e forse quello è il lavoro più arduo, ma volere è potere ed io ci voglio provare ... Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

lunedì 26 dicembre 2011

Che cos'è la follia ... dalle parole di Eugenio Borgna ...

Era davvero tanto tempo che non scrivevo su questo blog, i motivi sono tanti, stanchezza, lavoro, ma soprattutto il guardarmi intorno e non trovarmi ispirata. In questi giorni di pausa dal lavoro, in cui ho avuto modo di dedicarmi con un po' più di attenzione a ciò che mi circonda, ho ritrovato le parole che lessi un po' di tempo fa di Eugenio Borgna, psichiatra di impostazione fenomenologica.

Cos'è la follia? La follia è una parola che i linguisti definirebbero "parola valigia marmellata" perchè ci sta dentro di tutto.

Tali parole sono molto vere, non c'è termine in cui abbia ritrovato i significati più disparati, allo stesso modo i cui nella psichiatria, la branca della medicina che dovrebbe occuparsi di follia, non abbia trovato le metodologie più differenti e le posizioni più opposte.

La malattia mentale, come ho ripetuto più volte nei miei scritti, è spesso mal considerata anche dagli stessi addetti ai lavori, tuttavia, ci sono persone come Eugenio Borgna che mi incutono ammirazione e rispetto, in lui vedo ciò che vorrei trovare nel mio quotidiano, il considerare i folli anzitutto delle persone. A tal proposito, permettetemi di consigliarvi il libro di Eugenio Borgna intitolato appunto "Cos'è la follia", ci troverete una persona degna di stima che svolge il suo lavoro nella forma più nobile possibile. E' proprio vero che i migliori sono sempre i più umili e scusatemi se queste mie parole possono sembrarvi banali e scontate, ma quando nel quotidiano vi trovate in un mondo in cui i folli sono gli emarginati di sempre, leggere le parole di Borgna, beh che dirvi è emozionante ed io mi sento  come se fossi una bambina in un parco giochi. Lo stesso Borgna afferma che ciò che noi pensiamo e possiamo cogliere della follia dipende, non soltanto dai contenuti della follia stessa, ma anche ed io mi permetto di aggiungere e soprattutto, dall'atteggiamento che noi abbiamo nei confronti della follia, di là delle cause possibili, come esperienza di sofferenza, di dolore e di angoscia.

E' ormai risaputo che lavoro all'O.P.G. di Aversa, una realtà abbastanza contraddittoria, per certi versi disarmante e per altri sconvolgente. E' qui che io trovo spunto per i miei scritti di solito, da ciò che osservo nel quotidiano, a ciò che conosco dagli studi effettuati e che non riscontro nella realtà. Posso dirvi che ogni giorno è sempre diverso dal precedente, ogni giorno posso sorridere delle persone che incontro, quelle che gli altri chiamano internati, ma posso dirvi anche che spesso trovo dolore, sofferenza e soprattutto pregiudizio. Tra le persone che incontro c'è chi spesso è deriso per il suo aspetto, per i suoi deliri e ciò che fa più male è che tali atteggiamenti sono posti in essere da chi dovrebbe prendersi cura di loro, è in quegli istanti che vorrei essere circondata da persone come Eugenio Borgna ed è il motivo per il quale provo ammirazione nei suoi confronti. Ho asserito prima che la psichiatria è contarddittoria, spesso compie abusi, ma allo stesso tempo essa è rappresentata anche e per fortuna da chi ne ha compreso il pieno valore.
Gli atteggiamenti che riscontro e che vi riporto sono la testimonianza della considerazione di Borgna nei confronti della follia, sono i nostri pregiudizi, i nostri timori e i nostri dolori ad allontanarci dai folli, questi invece hanno tanto da dare, tanto da insegnare e soprattutto tanto da vivere, a loro modo certo, ma infondo chi siamo noi per decidere cosa sia giusto o sbagliato in un comportamento quando questo non lede alcuno?
Io vi saluto, vi do appuntamento alla prossima e vi lascio con le parole di Borgna, augurandomi che questo mio scritto vi abbia stimolato e soprattutto incuriosito nei confronti di questa figura in un mondo come quello della psichiatria fatto di contraddizioni, che poco si discosta dal mondo in cui viviamo e che noi ci ostiniamo a rifiutare.

La speranza ci serve per vivere, senza speranza c'è la morte, ma anche più oscuri dovremo mantenere tracce di speranza, perchè chi non ha più speranza si può salvare solo se ne intravede qualche eco e qualche immagine ... Eugenio Borgna

Alla prossima
                                                                                                                          
Rosaria Uglietti