Ieri sera guardavo la tv, cosa che faccio molto di rado ho visto una puntata di Private Practice, una psicologa che non può esercitare la professione e un uditore di voci che ha smesso di prendere i farmaci perché si è sentito abbandonato. Non sono qui a spiegare l’intera puntata, sebbene sia pregna di spunti interessanti quali la paternità, l’eutanasia, ovviamente da psicologa ciò che mi ha colpito è la sensazione che a volte noi psicologi proviamo nei confronti di chi ci sta vicino e di quello che possiamo dimostrare o no a proposito del ruolo che abbiamo e a ciò che gli altri si aspettano da noi. Per lungo tempo lo psicologo è stato visto come quel professionista immune a una qualsiasi emozione che aveva lo scopo di salvare gli uomini, chi non doveva dimostrare affetto o debolezza nei confronti dei propri assistiti. Fortunatamente col tempo questa visione è un po’ svanita ma ahimè non del tutto. Quante volte in preda alla rabbia ci sentiamo dire che non possiamo permetterci di avere una tale reazione proprio noi, non capendo che in primis anche noi siamo esseri umani e come tali fragili e imperfetti. Ciò che può differirci dagli altri è la capacità di non lasciarci trascinare nel buio del dolore sia esso un nostro aspetto sia quello di un nostro paziente, ma sarebbe un grosso errore pensare di dover essere immuni al dolore altrui. Nel mio breve percorso professionale ho incontrato colleghi di ogni tipo, da quelli di vecchio stampo freudiano i quali ostentavano una freddezza e un dissenso della mia umanità ed empatia, passando per i sistemisti i quali enfatizzavano il ruolo della famiglia per giungere ai fenomenologi i quali danno importanza al vissuto corporeo delle emozioni ed è in questi che mi sono ritrovata. Ho preso parte a gruppi in cui noi professionisti ci siamo confrontati con il nostro dolore e quello dei pazienti mostrandoci e questo mi è servito per imparare ad affrontare me stessa e gli altri. Come dicevo in precedenza, spesso il nostro limite è dato dal timore che gli altri possano osservare le nostre fragilità e di esse farne un’arma, la nostra professionalità deve metterci in grado di osservare i nostri dolori e farne uno strumento di aiuto per quello altrui. Ho imparato una nozione fondamentale in uno di questi gruppi dal loro conduttore, Ludovico Carnile, il quale mi ha insegnato a guardare il mio dolore a non fuggirne e a usarlo per aiutare gli altri, mi ha insegnato a guardare i miei lati oscuri, le mie zone d’ombra per non temerle e per far risplendere la luce che era dentro di me. Oggi lavoro in O.P.G., come qualcuno ormai sa da qualche tempo e mi relaziono con la disperazione, con i dolori e con l’ipocrisia della nostra società, il mio punto di forza è caratterizzato dal mettere il mio vissuto a disposizione degli altri. Tempo fa risentivo di quello che gli altri pensavano di me, della mia fragilità, del mio essere una persona dotata di emozioni. Mi sono spesso chiesta quanto fosse giusto che gli altri potessero sapere quello che sentivo, oggi penso che la mia umanità costituisca la mia arma per comprendere gli altri, che la mia rabbia, se ben canalizzata può essere una valvola di sfogo per me stessa e soprattutto che dentro e fuori del lavoro sono una persona con sentimenti ed emozioni. Ciò che non devo fare ovviamente è lasciarmi trasportare dalle emozioni, ma utilizzarle per aiutare chi mi è di fronte. Per arrivare a ciò ovviamente ho fatto un percorso ed è ciò che consiglio alle persone che incontro, sia nella vita privata sia nel lavoro. Tutti noi abbiamo dei vissuti che ci hanno segnato e dobbiamo imparare a fare di essi uno strumento per questo meraviglioso percorso che è la vita. A volte la stanchezza mi prende, la sensazione d’impotenza mi pervade, perché vorrei fare molto di più e perché mi rendo conto che c’è ancora tanta, troppa strada da fare in questo mondo, affinché la malattia mentale sia considerata una possibilità dell’essere umano. Noi psicologi siamo persone e per tale motivo capaci di sentimenti e rabbia, non stiamo sempre lì ad analizzare gli altri e non tutte le nostre osservazioni derivano da un’analisi. Abbiamo semplicemente degli strumenti in più per comprendere gli altri, una prospettiva più ampia, perché attraverso la sospensione del giudizio, dobbiamo essere in grado di spostare la nostra visione e la nostra prospettiva per comprendere e accogliere l’altro. Riporto di seguito il video del telefilm in questione, perché non sempre la tv è spazzatura e perché in questo è ben presentato il senso di impotenza di cui ho parlato in precedenza e di quanto chi ci chiede aiuto ha bisogno della nostra presenza e della nostra umanità. Vi auguro una buona visione e vi do appuntamento ad un nuovo incontro. Alla prossima …
Rosaria Uglietti
http://www.nowvideo.eu/video/btdna23cgry71

