venerdì 6 aprile 2012

Riflessioni sulla mia professione

Ieri  sera guardavo la tv, cosa che faccio molto di rado ho visto una puntata di Private Practice, una psicologa che non può esercitare la professione e un uditore di voci che ha smesso di prendere i farmaci perché si è sentito abbandonato. Non sono qui a spiegare l’intera puntata, sebbene sia pregna di spunti interessanti quali la paternità, l’eutanasia, ovviamente da psicologa ciò che mi ha colpito è la sensazione che a volte noi psicologi proviamo nei confronti di chi ci sta vicino e di quello che possiamo dimostrare o no a proposito del ruolo che abbiamo e a ciò che gli altri si aspettano da noi. Per lungo tempo lo psicologo è stato visto come quel professionista immune a una qualsiasi emozione che aveva lo scopo di salvare gli uomini, chi non doveva dimostrare affetto o debolezza nei confronti dei propri assistiti. Fortunatamente col tempo questa visione è un po’ svanita ma ahimè non del tutto. Quante volte in preda alla rabbia ci sentiamo dire che non possiamo permetterci di avere una tale reazione proprio noi, non capendo che in primis anche noi siamo esseri umani e come tali fragili e imperfetti. Ciò che può differirci dagli altri è la capacità di non lasciarci trascinare nel buio del dolore sia esso un nostro aspetto sia quello di un nostro paziente, ma sarebbe un grosso errore pensare di dover essere immuni al dolore altrui. Nel mio breve percorso professionale ho incontrato colleghi di ogni tipo, da quelli di vecchio stampo freudiano i quali ostentavano una freddezza e un dissenso della mia umanità ed empatia, passando per i sistemisti i quali enfatizzavano il ruolo della famiglia per giungere ai fenomenologi i quali danno importanza al vissuto corporeo delle emozioni ed è in questi che mi sono ritrovata. Ho preso parte a gruppi in cui noi professionisti ci siamo confrontati con il nostro dolore e quello dei pazienti mostrandoci e questo mi è servito per imparare ad affrontare me stessa e gli altri. Come dicevo in precedenza, spesso il nostro limite è dato dal timore che gli altri possano osservare le nostre fragilità e di esse farne un’arma, la nostra professionalità deve metterci in grado di osservare i nostri dolori e farne uno strumento di aiuto per quello altrui. Ho imparato una nozione fondamentale in uno di questi gruppi dal loro conduttore, Ludovico Carnile, il quale mi ha insegnato a guardare il mio dolore a non fuggirne e a usarlo per aiutare gli altri, mi ha insegnato a guardare i miei lati oscuri, le mie zone d’ombra per non temerle e per far risplendere la luce che era dentro di me. Oggi lavoro in O.P.G., come qualcuno ormai sa da qualche tempo e mi relaziono con la disperazione, con i dolori e con l’ipocrisia della nostra società, il mio punto di forza è caratterizzato dal mettere il mio vissuto a disposizione degli altri. Tempo fa risentivo di quello che gli altri pensavano di me, della mia fragilità, del mio essere una persona dotata di emozioni. Mi sono spesso chiesta quanto fosse giusto che gli altri potessero sapere quello che sentivo, oggi penso che la mia umanità costituisca la mia arma per comprendere gli altri, che la mia rabbia, se ben canalizzata può essere una valvola di sfogo per me stessa e soprattutto che dentro e fuori del lavoro sono una persona con sentimenti ed emozioni. Ciò che non devo fare ovviamente è lasciarmi trasportare dalle emozioni, ma utilizzarle per aiutare chi mi è di fronte. Per arrivare a ciò ovviamente ho fatto un percorso ed è ciò che consiglio alle persone che incontro, sia nella vita privata sia nel lavoro. Tutti noi abbiamo dei vissuti che ci hanno segnato e dobbiamo imparare a fare di essi uno strumento per questo meraviglioso percorso che è la vita. A volte la stanchezza mi prende, la sensazione d’impotenza mi pervade, perché vorrei fare molto di più e perché mi rendo conto che c’è ancora tanta, troppa strada da fare in questo mondo, affinché la malattia mentale sia considerata una possibilità dell’essere umano. Noi psicologi siamo persone e per tale motivo capaci di sentimenti e rabbia, non stiamo sempre lì ad analizzare gli altri e non tutte le nostre osservazioni derivano da un’analisi. Abbiamo semplicemente degli strumenti in più per comprendere gli altri, una prospettiva più ampia, perché attraverso la sospensione del giudizio, dobbiamo essere in grado di spostare la nostra visione e la nostra prospettiva per comprendere e accogliere l’altro. Riporto di seguito il video del telefilm in questione, perché non sempre la tv è spazzatura e perché in questo è ben presentato il senso di impotenza di cui ho parlato in precedenza e di quanto chi ci chiede aiuto ha bisogno della nostra presenza e della nostra umanità. Vi auguro una buona visione e vi do appuntamento ad un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti
http://www.nowvideo.eu/video/btdna23cgry71

domenica 1 aprile 2012

Lavorare in O.P.G.


La prima volta che entrai in O.P.G. ricordo che il cuore mi batteva fortissimo, ero emozionata, spaventata e soprattutto felice, stavo realizzando un sogno. Ricordo i primi giorni di lavoro, il primo soprattutto, entrai in un ufficio e dall’altro lato c’era chi mi accolse con entusiasmo, lasciandomi alquanto interdetta; io che non amo le forze dell’ordine, che prima di allora ero entrata in O.P.G. con gli ospiti del gruppo appartamento in cui lavoravo e che ero sempre stata accolta con sgarbo… I primi giorni in O.P.G.  erano strani, giravo per i cortili e i reparti, sentivo voci dalle sbarre che mi chiamavano, io rispondevo a quelle voci senza rendermi conto che per la sicurezza questo mio comportamento era sconveniente. Una dottoressa che da confidenza agli internati, la cosa mi ha dato non pochi problemi, fino a discutere con un membro della sicurezza che non apprezzava la mia voglia di fare. Con il trascorrere del tempo gli internati hanno iniziato a conoscermi e sempre più le voci dalle sbarre aumentavano, ma allo stesso tempo qualche membro della sicurezza che non vedeva più in me qualcuno che volesse sottrargli il lavoro ha iniziato a collaborare.  C’è un gran mistero nei confronti degli O.P.G., domande, curiosità, informazioni che spesso i mass media tendono a distorcere, allo stesso tempo si potrebbe fare molto ma molto di più. In questi mesi si sta tentando di restaurare la struttura che aveva bisogno di manutenzione, ci sono state visite del TG1 di recente, ma come in ogni luogo c’è chi ama il suo lavoro e lo esegue con passione e chi invece ha tanti di quei pregiudizi che mi chiedo cosa faccia in quel luogo. La suddivisione dei ministeri non aiuta, c’è un continuo scarico di competenze e di responsabilità. Si avvicina il tempo in cui dovrebbero essere chiusi, ma nella realtà non ci sono valide alternative, sarebbe bello se invece di perdere tempo alla ricerca di soluzioni esterne si riqualificassero le strutture già esistenti, si facesse una bella selezione del personale, confermando coloro che sono realmente motivati e soprattutto se le ASL rispettassero i pagamenti. C’è da dire, infatti, che non è semplice lavorare senza la certezza di un pagamento alla fine del mese, devi essere fortemente motivato a restare per reggere una situazione del genere. Le soluzioni sarebbero innumerevoli e a mio avviso anche efficaci, ma c’è qualcosa a noi nascosto che impedisce la soluzione del tutto e nel frattempo chi ci rimette sono gli utenti. Le frustrazioni di gran parte del personale è su questi ultimi che si ripercuote ed io non credo sia giusto, che colpe hanno essi se la burocrazia è mal funzionante e se ci sono persone che non amano ciò che fanno? In molti restano interdetti quando riferisco il luogo in cui lavoro, ma io l’amo quel luogo, le persone che ci sono dentro e tutto ciò che comporta trascorrere delle ore con loro. Ci sono giorni in cui la stanchezza ti prende, in cui ti senti il burattino tirato dai fili della politica e dei sotterfugi, ma contemporaneamente è bello vedere quando la tua presenza porta un sorriso, quando grazie a te c’è qualcuno che può trascorrere delle ore all’aria aperta. Quante e ancora tante cose potrebbero essere fatte, milioni di progetti e d’idee e mi auguro sempre di vedere realizzate e nel frattempo nel mio piccolo provo a portare un po’ di luce in un mondo fatto di grigiore e cupezza e di vite che sono ricche di sofferenza. A volte, invero, ci si dimentica che chi popola gli O.P.G. è un insieme di persone eterogenee, fatto d’individui con patologia psichiatrica, spesso abbandonati dalle famiglie e che hanno il timore di uscire da lì, che temono per la chiusura degli stessi. A essi si aggiungono coloro che hanno commesso reati, alcuni dei quali recidivi, altri che provano a riqualificare la propria vita, ma non è facile. Sanno bene che ormai sono marchiati e che la società non perdona. Lo dico sempre che il cambiamento deve avvenire nelle menti e poi posto in essere.  Chissà se un giorno questo si avvererà, in alcuni istanti sembra tutta un’utopia, se la mente vola a Franco Basaglia, se penso che gli abitanti della struttura protagonista del film “Roba da matti” siano stati sfrattati, mi sento impotente, poi mi fermo un attimo, raccolgo le forze e vado avanti, perché sono sicura che Basaglia così avrebbe fatto e perché è ciò in cui credo. Io vi saluto e vi do appuntamento a un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti