giovedì 26 novembre 2015

Le paure in gravidanza, tra sensi di colpa e voglia di amare ...

Siamo cresciute con il mito della gravidanza, ci hanno insegnato che la maternità sia la cosa migliore, poi all'improvviso quel momento arriva e ti rendi conto che non è come te lo avevano raccontato, che fare? Molte donne durante la gravidanza hanno affrontato disturbi dell'umore dovuti a paure, in alcuni casi gestibili, in altre no. 
Come comportarsi?
La cosa migliore è parlarne con chi ci sta vicino, il marito e la famiglia, mettere al corrente i nostri cari è il primo passo da affrontare. Importante è parlarne anche con il proprio ginecologo, alcuni farmaci, infatti, influiscono notevolmente sul nostro umore. Ci sono momenti in cui qualsiasi cosa ci spaventa, ci si sente in colpa per tutto, per una passeggiata, per un cibo piccante e questo turba il nostro umore. Allo stesso tempo, cresce dentro di noi un grande amore per questa nuova creatura che allieterà la nostra vita. Si vive in bilico tra paure e slanci di entusiasmo.
E' necessario, tuttavia, fare una distinzione, ci sono paure fisiologiche come quelle del parto, del sentirsi dei genitori all'altezza del compito o ancora di riuscire a dare al bambino ciò di cui ha bisogno. Ci sono altre paure, più specifiche e che hanno bisogno di un sostegno maggiore ed in questo caso il medico e i propri cari giocano un ruolo fondamentale. Questi ultimi hanno il compito di sostenerci e nel momento opportuno chiedere l'aiuto di uno specialista del settore che possa farci attraversare le nostre paure e vivere la gravidanza con serenità.
Ricordo, ad esempio, che il mio ginecologo mi tenne sotto controllo i primi mesi di gravidanza poiché assumevo dei farmaci che influivano in maniera seria sull'umore, essendo la mia gravidanza a rischio. Ebbi, in quel periodo anche io delle forti paure, ricordo che temevo che durante la minzione mia figlia potesse scivolare via con le urine. Il mio ginecologo fu bravo a tenermi sotto osservazione e a sospendere, passato il pericolo, i farmaci , affinché, le mie paure non degenerassero in qualcosa di più serio. Racconto la mia storia per far si che le donne non si vergognino dei propri pensieri un po' bislacchi durante la gravidanza, per noi è un momento delicato e di vulnerabilità. Raccomando a tutte di informare sempre i medici e le persone care affinché questo momento possa essere attraversato nel migliore dei modi. Un saluto e buona gravidanza a tutte ... Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

domenica 8 novembre 2015

Pilates e fibromialgia, un connubio perfetto per vivere bene ...

Ci siamo salutati la scorsa volta con uno sguardo alla fibromialgia, ne ho parlato qui
http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/08/vivere-sereni-con-la-fibromialgia.html


Oggi invece voglio invitare tutte quelle persone affette da fibromialgia a praticare pilates, esso è uno sport intenso ma allo stesso tempo delicato, che esercita un allungamento muscolare e tendineo che se praticato con costanza procura grandissimi benefici sia da un punto di vista fisico sia psicologico. Per un approfondimento della disciplina leggi qui
http://ugliettipsicologa.blogspot.it/2015/11/pilates-una-disciplina-completa.html
Sappiamo bene che i dolori determinati dalla fibromialgia molto spesso incidono molto più sulla psiche che sull'organismo stesso. Le persone affette da fibrmialgia, a causa di questo dolore lancinante, che perdura tutto il giorno, a volte nonostante i farmaci, temono di praticare qualsiasi sport. Posso assicurarvi, per esperienza personale, che i benefici tratti da questa disciplina sono innumerevoli, provo ad elencarveli

  1. Miglioramento della mobilità individuale e degli arti
  2. Benessere generale fisico
  3. Benessere psicologico 
  4. Rafformzamento della muscolatura
  5. Rilascio di endorfine che migliorano l'umore
Cosa dire, buon pilates e buona vita a tutti, alla prossima ...

Rosaria Uglietti

venerdì 23 ottobre 2015

Ad agosto internato non ti conosco e nelle festività?

Oggi voglio dirvi un altro paradosso che si verifica in prossimità delle vacanze estive in O.P.G. Iniziamo col dire che sulla carta è stata rispettata l'ordinanza secondo cui questi fossero chiusi, in realtà le rems non ci sono, i progetti sono stati annullati e noi? Noi addetti ai lavori, ogni anno ad agosto siamo mandati in ferie forzate, perché gli addetti alla sicurezza devono farsi la vacanza. Questa piaga che si sussegue da anni non volge a termine, per cui mentre i giornali sono a caccia dello scoop migliore, nella realtà assistiamo alla solita sofferenza. Ricordo le prime ferie forzate cui fui sottoposta, già con i primi segni del caldo c'era sempre una scusa per cui gli internati non venivano a colloquio, il mal di testa, la stanchezza, in realtà erano gli addetti alla sicurezza che non avevano voglia di farsi il giro per le celle. Questa situazione è l'esempio evidente dell'incoerenza della sanità e dei poteri alti di risolvere sia la questione degli O.P.G sia del benessere dei ricoverati. Tale condizione in realtà occorre in tutti i periodi di festività, quasi come l'arrivo della notte in cui le menti volgono all'oblio, nei giorni di festa gli internati diventano più invisibili del solito. Le famiglie di chi avrebbe diritto a uscire si guardano bene dal volerli in casa, la sicurezza è presa dall'organizzazione del viaggio più bello e gli internati ciondolano tra la sedia e il letto delle loro camere. 
Vi racconterò un evento accaduto il primo Natale trascorso in O.P.G, insieme con alcuni colleghi ci venne in mente di chiedere il permesso ai direttori sanitario e penitenziario di avere un permesso per portare i nostri assistiti a pranzo, per far respirare loro l'aria natalizia. Pieni di entusiasmo e con la gioia nel cuore iniziamo a compilare tutte le richieste di dovere, all'arrivo della vigilia di Natale ci negano il permesso, ci dicono che non se la sentono di darci questa responsabilità. Attoniti e disarmati non sappiamo come dirlo ai  nostri ragazzi, i quali in realtà erano già stati avvisati. Passate le feste veniamo a sapere che il magistrato aveva accolto le nostre richieste, ma i nostri datori di lavoro, per non passare per quelli che non avevano avuto l'iniziativa, ci hanno negato il consenso.Questa la realtà degli O.P.G, una gara a chi riceve una medaglia fingendosi interessato agli internati e un’indifferenza celata dei sorrisi ingannevoli.  Che dirvi tutto cambi perché tutto resti uguale. Alla prossima … 

 Rosaria Uglietti

sabato 8 agosto 2015

Vivere sereni con la fibromialgia

Negli ultimi tempi noto molti articoli riguardo alla fibromialgia, una patologia che colpisce in particolare le donne e spesso implica una cattiva qualità della vita.  Mi sono resa conto che tali articoli e testimonianze sono spesso raccontati con un alone di tristezza che rende ancor più pesante una situazione che di per se non è facile.
Le persone affette da fibromialgia avvertono una sensazione diffusa di dolore, ma ci vuole un buon medico affinché questa sia diagnosticata, molte volte, infatti, questo dolore diffuso è preso sotto gamba dai medici e i pazienti finiscono per essere considerati dei malati immaginari.

Tale patologia può essere accompagnata anche da sbalzi di umore affini alla depressione dovuti proprio al sentirsi isolati e incompresi. La verità è che troppe volte le persone affette da fibromialgia si rinchiudono in se stesse e questo rende loro la vita difficile, ma la rende tale anche a chi gli sta intorno. Ci vorrebbe la forza di aprirsi, anche se viviamo in una società veloce e disattenta. 

Come possiamo fare per avere una buona qualità della vita?

La prima cosa da fare è rivolgersi a uno specialista il quale sarà in grado di prescrivere una cura specifica che possa alleviare i dolori, quest’ultimo, nel caso in cui si renda conto che la persona affetta viva una situazione depressiva deve rimandare il soggetto anche a uno psicologo.
Ciò di cui dobbiamo persuaderci, è che sebbene la fibromialgia possa per certi versi essere debilitante noi possiamo fare molto per avere una buona qualità della vita.

Che cosa dobbiamo fare?

Anzitutto parlarne alle persone che ci sono accanto, i compagni di vita, gli amici e anche i colleghi devono essere informati di questa situazione, dobbiamo smetterla di provare vergogna per il nostro dolore, per sentire caldo mentre gli altri avvertono freddo e viceversa sentire freddo anche se fuori ci sono quaranta gradi. Una caratteristica della fibromialgia, infatti, è percepire in maniera distorta il clima, amplificandone le sensazioni e in alcuni casi distorcendole. Parlo in prima persona, perché, anch’io ne sono affetta, la mia fibromialgia è una diretta conseguenza di una gravidanza difficile. I primi tempi, anch’io mi sentivo un po’ smarrita, non comprendevo i dolori che investivano il mio corpo e soprattutto quelle sensazioni di caldo e freddo distorte. Ho incontrato un buon medico che mi ha prescritto dei farmaci che hanno alleviato i dolori, ma soprattutto ho iniziato a parlarne con chi mi stava vicino. In primis mio marito e la mia famiglia e in seguito gli amici e i colleghi. Non è facile perché si vive in un mondo dove bisogna rasentare la perfezione e se sei uno psicologo, devi essere al pari di wonder woman ma credo che proprio questo sia sbagliato. Siamo esseri umani, abbiamo le nostre sofferenze, ciò che dobbiamo fare è accettarlo, in questo modo la qualità della nostra vita migliorerà, provare per credere. Certo i risultati sono lenti e bisogna avere tanta pazienza e molta voglia di uscirne, ma ce la possiamo fare, un passo alla volta e senza fretta. Ci sono giorni in cui i dolori ti devastano, altri che ti senti forte, ma con il tempo la cura da i suoi frutti. Oggi mi alleno con mia figlia tutti i giorni, sorrido e me ne frego di chi non mi comprende. 
Alla prossima e buona vita a tutti …  
Rosaria Uglietti

mercoledì 5 agosto 2015

Come tenersi in forma con un bimbo piccolo ...


Oggi, mentre ballavo con mia figlia, ho pensato che la mia esperienza potrebbe tornare utile anche ad altre mamme, in particolar modo a quelle come me che hanno sempre fatto sport e ora non riescono impegnate tra lavoro e figli, o ancora a quelle che temono di sottrarre tempo a questi ultimi. 






La mia storia ...

Fino a prima di avere Maya la mia vita era abbastanza impegnata, come ogni donna lavoratrice che ha cura di se stessa, la mia vita si divideva tra lavoro, sport e danza. Trasferitami ad Aversa dopo il matrimonio e avendo sospeso lo sport a causa di una gravidanza non molto serena, la mia vita ha subito una gran rivoluzione, anche se durante la gestazione sono stata brava ed ho preso solo sei chilogrammi. La maternità ha cambiato molto la mia vita, ho sospeso il lavoro fino a poco fa e i miei ritmi e le mie abitudini si sono modificati.
Chissà quante mamme si rivedranno in queste mie parole, tuttavia, passato il periodo dell'allattamento e avendo degli orari un po' più precisi ho deciso di fare qualcosa per me. Non sapevo da dove iniziare, ero abituata ad allenarmi con persone che stimavo e che erano prima di tutto delle amiche e qui ad Aversa, non conoscendo nessuno e non trovando palestre in cui si potesse praticare pilates o le discipline che eseguivo, ho deciso di svolgere esercizio in casa. Il tempo trascorreva e Maya diventava grande, iniziava a muovere i primi passi ed io mi sono resa conto che le piaceva la musica. Ho iniziato a fare esercizio davanti a lei e questo mi ha aiutato a non sentirmi in colpa perché non le toglievo tempo, anzi lei si divertiva ed io piano piano tornavo in forma. Lo scorso inverno l'ho anche portata con me a qualche lezione di balli tradizionali del sud, una disciplina che ho sempre amato, ma che non trovato il tempo di praticare. Ho seguito alcune lezioni e anche lì mia figlia mi ha sorpreso, le piace ballare.
Oggi ci alleniamo insieme in casa e questo mi fa stare tranquilla, perché condividiamo del tempo insieme, divertendoci e contemporaneamente tenendomi in forma. Mi auguro che le mamme che leggono quest’articolo possano trarvi spunto, buon allenamento a tutte: D Alla prossima ...


Rosaria Uglietti

lunedì 13 luglio 2015

Mauro e le sue voci interne ...


Ho conosciuto Mauro quando ho iniziato a lavorare in OPG.  Su di lui  mi furono fatte tante raccomandazioni, ma la frase che più spesso mi sono sentita ripetere era :- Mauro è un caso perso.

Rinchiuso da tempo immemore, Mauro soffre di allucinazioni, è un uditore di voci. Questo lo ha portato a fare uso di qualsiasi tipo di droga pur di mettere a tacere quelle invasioni interne che lo devastano. Ogni giorno andavo da Mauro ed ogni giorno sentivo le stesse frasi, la cosa più assurda era che spesso gli stessi addetti al servizio d'ordine fingevano di andare a chiamarlo, oppure dicevano che Mauro dormiva. Ho dovuto combattere con la mentalità retrograda di un mondo costituito da divieti e punizioni. tutti i giorni, armata di pazienza e voglia di fare, mi recavo nel reparto 8 bis e tutti i giorni cercavano di respingermi, io non ho mollato. Mauro ha iniziato ad uscire dalla sua cella e a raccontarsi. I suoi racconti ovviamente erano da interpretare, ricchi di episodi fantastici e allucinazioni, ma a me non interessava interpretare, mi interessava che Mauro avesse voglia di uscire dalla sua stanza. Ho imparato che il suo ritrovo era una farmacia, che l'hanno portato in OPG in seguito ad un arresto per uso di stupefacenti e che lo hanno sedato con delle iniezioni. Queste ultime lo hanno segnato molto, infatti, mi chiedeva spesso perché gli infermieri volessero il suo sangue e soprattutto pensava che attraverso quelle iniezioni gli introducessero nel corpo delle microspie per essere seguito. Mi diceva:-dottorè loro vogliono spiarmi perciò mi prendono il sangue vero? La cosa più bella di questo racconto posso dirvi è che Mauro nel tempo non si è perso un incontro, lui che non distingueva il giorno dalla notte e che le visite in ospedale erano viaggi in Francia, il giorno in cui ho sospeso le visite per la mia gravidanza aveva sempre un pensiero per me e mi faceva portare il suo saluto dai colleghi. Posso dire con grande fierezza che Mauro per me è l'esempio che la tenacia e il considerare gli internati persone portano nel tempo a grandi risultati i quali a mio avviso, non sono la guarigione o la sospensione del farmaco, perché in alcuni casi la patologia resta, ma sono la restituzione della dignità e della voglia di vivere ... Alla prossima

Rosaria Uglietti

venerdì 24 aprile 2015

Sandro e la paura della libertà

Ho conosciuto Sandro la primavera del 2011, ma ne avevo sentito parlare durante le riunioni settimanali che si tenevano presso la cooperativa di cui facevo parte a quei tempi. Mi parlavano di lui come di una persona inavvicinabile, un vessatore più volte denunciato dalle operatrici con cui entrava in relazione per molestie sessuali.  Alla notizia che un molestatore fosse entrato a far parte del gruppo appartamento in cui lavoravo, ne rimasi un po’ scossa, perché per quanto tu possa essere una persona preparata, temi sempre per la tua incolumità, soprattutto se sei alle prime armi con soggetti pericolosi o ritenuti tali.  Il primo giorno che lo incontrai rimasi sbalordita, Sandro tutto sembrava tranne un individuo pericoloso, ma si sa che i soggetti con disturbi psichici curati male sono come il fuoco sotto la cenere.  Decisi di mettere da parte la paura che potesse destabilizzarmi e provare a conoscerlo per comprendere come interagire con lui. I giorni trascorrevano ed io mi sentivo sempre più forte, avevo capito che Sandro avvertiva solo l’esigenza di sentirsi importante e ascoltato, tuttavia, ogni qual volta tentassi di spiegare la questione ai colleghi, questi si ritraevano. Relazionarsi con Sandro significa aver un buon bagaglio di conoscenze, ma anche una forte consapevolezza e soprattutto il seguire un percorso individuale, tutto questo perché come sappiamo, i pazienti toccano le nostre corde più intime e se non abbiamo le spalle forti e la consapevolezza dei nostri lati oscuri possiamo rischiare di sbagliare facendo male a loro e a noi. I miei colleghi intrapresero una sorta di guerriglia personale nei confronti di Sandro, quest’ultimo aveva la capacità di colpirti nei tuoi punti deboli e ogni giorno era diventata una guerra. Si accompagnava a ciò l’incapacità dei nostri responsabili di creare gruppi di confronto e mutuo aiuto in cui ognuno di noi potesse andare in soccorso all’altro, in contemporanea, lo psicologo del CSM di Aversa che aveva in cura Sandro, si divertiva a renderlo instabile. Sandro, infatti, al pari di molti altri internati, entrava e usciva dall’OPG perché mal curato. Tutto ciò mi ha sempre destato tanta rabbia, osservare come colleghi che occupino posizioni di rilievo e che potrebbero fare la differenza si comportino come burattinai alle prese con i loro giocattoli o ancora colleghi che si ritengano superiori perché tu non ostenti titoli e conoscenze. I primi tempi ricordo benissimo l’arroganza del referente di Sandro il quale si divertiva anche con me con l’intenzione di denigrarmi e di destabilizzarmi. L’ho sempre lasciato fare, riservandomi di trovare l’occasione e il modo più proficuo per regolarmi di conseguenza e tutto questo non ha fatto altro che rendermi più forte come persona e professionista anche agli occhi di molti internati i quali hanno sempre apprezzato il non mettermi sul piedistallo, salvo il sapermi difendere nelle sedi opportune. Oggi gli OPG sulla carta stanno subendo una grandissima trasformazione, ma l’amara verità è che tutto cambia per restare uguale ed io non posso fare altro che provare a dare un contributo umano e professionale alle vite di questi individui considerati ultimi. Alla prossima … 
Rosaria Uglietti

sabato 18 aprile 2015

Saverio, una vita fatta di fughe ...


La prima volta che incontrai Saverio era il Natale del 2010, all'epoca lavoravo in un gruppo appartamento nei pressi di Trentola Ducenta, lui era in licenza finale di esperimento. La storia di Saverio è quella tipica di un internato, affetto da un disturbo di personalità curato male si macchia di un crimine ed è qui che inizia il suo calvario. Saverio entra per la prima volta in OPG intorno ai venticinque anni, all'epoca era già sposato e con dei figli. Trascorso il tempo della pena Saverio è inserito in una comunità per intraprendere un percorso di reinserimento sociale, ma quasi al termine dell'esperienza  scappa e di conseguenza deve ritornare in OPG. Avrà il medesimo comportamento per almeno quattro o cinque volte nella sua vita fino ad arrivare da noi. Saverio è un manipolatore che sa come comportarsi per farsi apprezzare, ma la sua più grande pecca non è il suo male, ma la sua famiglia, gente contadina con il timore che si possa depauperare il suo capitale finge di interessarsi alla vita di Saverio, ma nella sostanza spera che non esca mai. Tutte le volte che la famiglia di Saverio è venuta a fargli visita la prima domanda era sempre la stessa, c'è possibilità che torni a casa? Nel periodo trascorso con noi Saverio tenne quello che si chiama un buon comportamento, rispettoso delle regole della casa e della convivenza con gli altri internati, il suo scopo era ritornare a casa, in quella casa dove non era voluto. All'indifferenza familiare, tuttavia, bisogna aggiungere la burocrazia italiana, nonché la poca professionalità dei colleghi psicologi e psichiatri del CSM di Aversa, cui il nostro gruppo appartamento faceva riferimento. Medici e psicologi interessati a favorire la cooperativa di turno e il proprio tornaconto personale. Arriva giugno e la licenza di Saverio sta per scadere, lui inizia a fare domande sulla sua libertà imminente e riceve risposte discordanti, in appartamento si vive sempre peggio perché i responsabili discutono fra loro e si dimenticano di operatori e internati e Saverio decide di fuggire nuovamente, ritornerà in OPG e incontrerà l'ennesima cooperativa interessata ai soldi che può guadagnare sulla sua pelle, scapperà ancora e ancora un ritorno in OPG, dove in seguito all'arresto morirà. Quella di Saverio è solo una delle tante storie incontrate e delle vite lasciate in balia della burocrazia e della cattiva politica in materia di sanità mentale. Un saluto e alla prossima ...
Rosaria Uglietti

domenica 22 marzo 2015

Ciuccio, ciuccio delle mie brame, piccole e grandi difficoltà della crescita

Arriva una fase nella vita dei nostri piccoli in cui bisogna fare un grande passo, questo momento è l’abbandono del ciuccio. Ci sono pareri discordanti sull’età in cui toglierlo e soprattutto sulle modalità. Qualcuno dice intorno ai due anni, altri ritengono si possa arrivare fino a tre, ad ogni modo non c’è un'unica verità, questo perché i bambini sono diversi fra loro e ognuno ha una maturità differente dall’altro. L’importante è non procrastinare l’evento in maniera eccessiva.

 Vediamo insieme come comportarci.
Tutte le mamme si chiedono quando sia il momento di togliere il ciuccio al proprio figlio e soprattutto ciò che le inquieta maggiormente è il modo con cui farlo. Il gioco sicuramente costituisce un elemento fondamentale affinché per il bambino questa separazione non sia un trauma, riguardo al periodo mi ripeto non ne esiste uno specifico, l’importante è non andare troppo in là con gli anni, soprattutto, per la voglia di noi mamme lavoratrici e delle mamme in genere di coccolare eccessivamente i nostri figli e di non farli piangere. Di sicuro oltre i tre anni è bene non andare per gli stessi motivi dell’abbandono del biberon, per i dettagli leggere qui ….

http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/02/aiutooooo-si-e-rotta-la-tettarella.html

Piccoli consigli sull’abbandono del ciuccio
La fase dell’abbandono deve coincidere sicuramente con un momento sereno della vita del bambino, spesso invece noi mamme vorremmo fare tutto insieme togliere il ciuccio, il biberon e il pannolino e magari inserire nostro figlio a scuola, niente di più sbagliato. Queste varie tappe costituiscono degli stadi molto importanti per il nostro bambino, per cui è bene che avvengano in maniera separata. 
 In riferimento al ciuccio un modo che sicuramente può andare bene è attraverso la fantasia. Il mondo fantastico è molto vicino a quello del bambino, in maniera particolare se noi mamme siamo propense a narrare loro delle favole. Attraverso queste possiamo aiutare il piccolo a superare bene questo momento. Vediamo insieme come. Un modo potrebbe essere quello di raccontare al bambino che il ciuccio, che è stato il suo amico dell’infanzia deve andare a far compagnia a un bambino più piccolo, per cui gradatamente dovrà imparare a fare a meno di lui. Allo stesso modo possiamo dire al bambino che sta crescendo e che durante i suoi giochi può lasciare il ciuccio in custodia al suo pupazzo preferito e che per il momento potrà ancora averlo per la notte, fino a quando, in piccoli passi avverrà la separazione, quest’ultima modalità mi è tornata personalmente utile. 

Comportamenti da evitare
Ciò che si deve tenere in conto in questa fase, come in tutti gli stadi della crescita dei nostri bambini è la possibilità che il piccolo possa attraversare dei momenti di tensione per la mancanza del ciuccio. Questa potrebbe manifestarsi con comportamenti che si discostano dalla norma, il bambino potrebbe apparire più ansioso e manifestare il proprio stato con qualche capriccio maggiore e qualche pianto. 

Noi mamme, aiutate anche dai papà dobbiamo armarci di tanta pazienza e dobbiamo frenare la nostra voglia di ricorrere prontamente al ciuccio. Con molta calma dobbiamo coccolare il bambino, rassicurarlo e parlargli. Potrebbe sembrare faticoso e strano per il nostro innato senso di protezione questa fase, l’importante è essere fermi ma allo stesso tempo non eccessivamente rigidi. Ci saranno degli istanti in cui non sapremo cosa fare, ma attraverso le coccole e le spiegazioni, il nostro bambino attraverserà questa fase nel migliore dei modi. Impariamo fin da subito a dialogare con i nostri figli, non lasciamoci tentare dal pensiero che essendo piccoli questi non capiscano, i bambini se messi in grado possono stupirci e in particolar modo se iniziamo da subito a coltivare con loro il dialogo da grandi sarà sempre più semplice comunicare con loro e affrontare argomenti che altrimenti potrebbero essere imbarazzanti. Un saluto e buone coccole e dialogo a tutti ...
Alla prossima … 
                                                                             Rosaria Uglietti

domenica 15 marzo 2015

Chiudono o non chiudono?!? La grande odissea degli OPG

Il 15 marzo è arrivato e gli OPG sono ancora lì, tra slittamenti e false dichiarazioni questi continuano in silenzio la loro vita, tra una notizia di suicidio e l’altra di fuga, tra una strizzata d’occhio dei politici e l’incredulità dei cittadini. E’ del 2012 l’inchiesta dell’allora ministro Marino sull’orrore degli OPG ma a oggi poco o nulla è cambiato nella lenta vita degli internati. Sono stati ridotti e in alcuni casi eliminati i progetti terapeutici di reinserimento individuale, uno dei pochi momenti di vita reale degli internati per dare man forte alla politica e ai privati con le REMS, residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. Ho sempre affermato che gli OPG sono strutture piene di potenziale, quel che non va è la mentalità di molti che vi lavorano, nonché dello stigma nei confronti della malattia. Quest'ultima, tra l'altro proviene in primis dai familiari degli stessi utenti i quali nella sostanza non vogliono il ritorno dei loro parenti in casa. Io posso parlare esclusivamente dell’OPG di Aversa, la struttura come più volte affermato, ha un potenziale fortissimo, è la logica di utilizzo che non va. Essa potrebbe essere utilizzata al meglio e invece di spendere tanti soldi per nuove strutture potrebbe essere resa essa stessa più vivibile.
corridoi aria trattamentale 
Una struttura che al pari della Maddalena di Aversa, ex manicomio, di cui ho parlato qui
è piena di verde, di laboratori, bisognerebbe fare una rivoluzione nelle teste al pari di quella basagliana che non è mai stata posta in essere.
 Basterebbe ridipingerla con colori allegri, togliere le sbarre alle finestre e risistemare le porte, tutto questo porterebbe un gran risparmio allo stato, ma soprattutto tornerebbe utile per quelle persone anziane che non conosco altra realtà che quella degli OPG, ritenendo questa la loro casa. La verità è che questa tanto annunciata rivoluzione non avverrà mai, perché fa troppo comodo distogliere di tanto in tanto l'attenzione dei cittadini da altre problematiche italiane, ponendo l'attenzione sugli OPG, salvo poi mettere tutto nel dimenticatoio per ritirarlo fuori quando conviene. 


laboratorio informatica 
Gli internati sono persone, ma per molti sono soldi che camminano, lo sono per le cooperative le quali non hanno alcun interesse ad un reale inserimento di questi nella società, basti pensare a tutti quelli che scappano dai gruppi appartamento per fare ritorno in OPG poiché tale allontanamento per la legge è evasione e nel mentre la loro vita scorre, tra una fuga e un ritorno dietro le sbarre. Lo sono per le famiglie, le quali ritirano la pensione che spetterebbe ai loro parenti reclusi, soldi ai quali rinuncerebbero mal volentieri, in cambio della noia di un ritorno a casa di questi. 
cortile 
Esiste ancora in maniera pressante la mentalità penitenziaria nell’OPG, quando nella realtà il personale preposto alla sicurezza dovrebbe solo osservare da lontano se accade qualcosa, nella sostanza invece continua a far condurre agli internati una vita da galeotti. Tutto questo è sconcertante, ma vero e noi che ci lavoriamo e lo facciamo per passione, noi che ad ogni piccolo risultato ottenuto siamo felici, noi che vorremmo ancora Basaglia in mezzo a noi, non possiamo fare altro che continuare il nostro lavoro, impotenti e arrabbiati contro uno stato e una mentalità indifferente ed arrogante. Vi lascio con le parole di Franco Basaglia e vi do appuntamento alla prossima ... 





"L'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico" Morire di classe 1969 
                                                                                                               
  Rosaria Uglietti

giovedì 19 febbraio 2015

Aiutooooo si è rotta la tettarella, piccoli consigli per evitare il panico

Quante mamme si riconosceranno in queste parole, chi non è andata nel panico perché si è rotta la tettarella del biberon e suo figlio non prende più il latte?  Cosa fare quando accade? Consideriamo anzitutto l’età in cui avviene, potrebbe essere che il bimbo ormai grande ha rotto con i dentini la tettarella del biberon ma magari era anche ora che non lo prendesse più. Lo sappiamo che il biberon è tanto consolatorio per il bimbo quanto sbrigativo e rassicurante per le mamme, siamo cresciuti insieme, avevamo quattro anni e magari lo prendevamo ancora. Pensiamo che non ci sia nulla di male in questo, ma non consideriamo quanti bambini hanno difficoltà a mangiare altro oppure devono portare l’ortodonzia perché i dentini non sono ben posizionati. Ci hanno inculcato che il latte sia il migliore alimento per la crescita, ma non ci hanno detto che il bambino deve mangiare in maniera più variegata possibile, che fino agli otto mesi circa deve assumerne almeno un litro e mezzo tra poppate e pappe, ma dopo un anno non deve prenderne più di 800 grammi perché provoca anemia. Un altro fattore importantissimo da considerare, inoltre, è l’esposizione alle carie precoci se il bambino continua a prendere il biberon fino a tardi, la bocca, infatti, è più facilmente esposta ai batteri cariogeni i quali soprattutto durante la notte, quando la saliva non svolge più la sua azione protettrice, trovano terreno fertile nella bocca di nostro figlio. Le mamme in questo momento si arrabbieranno di sicuro, le certezze della nostra infanzia scricchiolano sempre più … Torniamo ora all’argomento. Cosa fare se nostro figlio non vuole il biberon? Piccoli consigli sempre utili.
Una buona soluzione, sperimentata personalmente è ammorbidire la tettarella facendola bollire cinque minuti come da prescrizione e lasciandola altri cinque minuti nell’acqua bollente in cui è stata bollita. Tutto qui? Ebbene sì, non è la tettarella preferita come pensiamo noi ma semplicemente la durezza di quella nuova a essere un ostacolo per la suzione del latte. Che cosa fare se continua a non volere il biberon?
Vale la stessa regola delle pappe, non insistere, il biberon può tranquillamente essere sostituito con altre pietanze a base di latte quali yogurt e bevande probiotiche, oppure i frullati anch’essi ottimi sostituti.  Viceversa, ciò che assolutamente dobbiamo evitare è mettere il miele sulla nuova tettarella, stressare il bambino proponendogli di continuo il biberon, dargli merendine dolci affinché mangi. Lo so è più faticoso pensare a una buona e variegata alimentazione quando potremmo dare il nostro bene amato biberon, facile e veloce oppure le nostre merendine che con un click si aprono, ma siamo lungimiranti nelle nostre scelte e nostro figlio da grande ci ringrazierà. Buon biberon a tutti e se proprio non è così buona pappa alla prossima …
                                                                                     Rosaria Uglietti


martedì 10 febbraio 2015

Psichiatra e strumenti dello psicologo, la confusione continua ...


Chi è lo psichiatra, cosa fa lo psicologo? Quante volte ce lo chiediamo e come promesso la volta scorsa sono qui a dirvelo, poche parole per non confondere ancora.
Lo psichiatra è un medico il quale dopo aver conseguito la laurea in medicina e chirurgia prosegue i suoi studi specializzandosi in psichiatria. Egli, a differenza dello psicologo e dello psicoterapeuta, può prescrivere farmaci e richiedere e valutare esami medici .
Ricapitolando J
Professione, titolo di studio e ….
Psicologo: Laurea in Psicologia, Esame di Stato non prescrive o valuta medicinali e referti medici.
Psicoterapeuta: Laurea in Psicologia, Esame di Stato, scuola di specializzazione non prescrive o valuta medicinali e referti medici.

Psichiatra: Laurea in Medicina, Esame di Stato, scuola di specializzazione prescrive e valuta medicinali e referti medici.


Ritorniamo ora alla nostra professione. Quali sono gli strumenti conoscitivi dello psicologo?


Gli strumenti conoscitivi dello psicologo essenzialmente sono due, il colloquio e i test. In genere quando si parla di colloquio psicologico, si fa riferimento a quello clinico che serve a diagnosticare un malessere dell’individuo.  Ricorderete, tuttavia, che gli psicologi hanno vari rami e allo stesso modo il colloquio può essere eseguito non solo per diagnosticare un malessere, ma anche per valutare le competenze di un individuo, per selezionare un soggetto, per valutare le sue attitudini o ancora per progettare interventi in azienda di tipo formativo, in questo caso il colloquio sarà eseguito da uno psicologo del lavoro. Lo psicologo può intervenire nelle scuole. Allo stesso modo del colloquio anche i test possono avere una valenza differente riguardo all’ambito in cui sono eseguiti, aspetti diversi richiedono test differenti, esistono, infatti, test per valutare la personalità, per diagnosticare malesseri, altri per valutare competenze e attitudini o ancora test d’intelligenza. Come vedete il campo è vasto, gli strumenti diversi e la confusione è sempre dietro l’angolo, vi saluto e vi do appuntamento alla prossima … 
Rosaria Uglietti

lunedì 2 febbraio 2015

Non voglio la pappa, da semplici capricci a piccoli disturbi …

Lo spettro dei disturbi alimentari, uno dei grandi mali che ci attanaglia, prende un po’ tutte le mamme, che al primo capriccio del figlio, corrono dal pediatra. Vediamo insieme quando preoccuparsi.

Bisogna precisare che nella prima infanzia in genere non sono disturbi veri e propri, ma disagi che riflettono un malessere passeggero o ancor più frequentemente una situazione in cui il bambino vuole esprimere la propria personalità.  Un esempio? La mamma che deve tornare a lavoro, per il piccolo può essere fonte di disagio. Quando allarmarsi? Ciò che bisogna tenere sotto controllo in tali situazioni è la durata nel tempo di queste inappetenze o comunque irregolarità nel rapporto con il cibo.  Il ruolo del pediatra in questi casi è fondamentale, una corretta informazione, spesso, è alla base di una buona educazione alimentare. Le mamme troppe volte sono bersagliate da più fronti, mamme, suocere, sorelle, cognate, amiche e gente di passaggio, ognuno vuole dire la sua e questo può indurre a degli errori che si rifletteranno sul bambino. L’ansia nei confronti della pappa, inoltre, può essere altra fonte di malessere e il bambino potrebbe percepire la sua alimentazione come un premio per i genitori. Diciamolo, quante volte usiamo il ricatto affettivo affinché nostro figlio mangi? La nostra ansia, la fretta di tutti i giorni sono fra le cause maggiori dei disagi alimentari dei bambini, soprattutto dei più piccoli i quali hanno come forma di espressione il cibo, essendo il linguaggio poco formato. Ricordo che in clinica il neonatologo mi disse:- Sanno tutti tutto più di noi, ma se abbiamo preso una laurea, un motivo ci sarà?

Qualche consiglio. I bambini non sono dei robot che devono esaudire le nostre attese, i nostri desideri o ancora rispettare la nostra folle corsa nel mondo. Essi hanno i propri tempi e soprattutto i propri gusti; se da piccoli tendono a mangiare tutto, non vuol dire che sarà così nel tempo o ancora se qualche giorno non hanno fame, oppure una pietanza non gli piace non continuiamo a proporgliela nella speranza che la provi oppure che mangi, gli procureremmo solo ansia. Rispettiamo le loro idee e i loro tempi e questo farà si che diventino delle persone serene e con un buon rapporto con il cibo.

Lo svezzamento, fase della crescita che spesso le mamme vivono con ansia, costituisce, infatti, uno dei punti critici del rapporto che il bambino avrà con il cibo. Non insistiamo se non finiscono tutta la pappa, non continuiamo imperterriti nelle nostre idee, pensiamo sempre che i bambini hanno la loro individualità che va rispettata. Ciò che deve insospettirci è se il bambino ha il timore di affogarsi, vuole solo pastina piccola o ancora se c’è una regressione alimentare del tipo che vuole solo latte. Tali segnali, infatti, indicano la presenza di un  disagio che se non diagnosticato in tempo, potrebbe indurre la cronicizzazione del malessere ed indurre un disturbo alimentare. Siamo cresciuti con il mito del latte, tuttavia, se nostro figlio vuole solo questo e soprattutto vuole solo il biberon allora dobbiamo chiedere il parere del nostro pediatra. Ciò indica una regressione nel normale sviluppo di nostro figlio. 

Nel corso della crescita permettiamogli di sperimentare, di toccare le pietanze e anche di pasticciare se necessario, lasciamo che imparino a usare il cucchiaio e la forchetta, sebbene quest’ultima ci desti sempre apprensione. Lo so che le mamme penseranno e dopo chi pulisce? Io rispondo, vuoi mettere la casa pulita con la serenità di tuo figlio? Scagli una pietra chi ha un figlio e la casa in ordine senza procurargli stress, i bambini devono sperimentare e gli ospiti guardare altrove.J



Un consiglio in più per vivere tranquilli … Io dico alle mamme, affidatevi a una buona pediatra che saprà indirizzarvi e qualora l’anomalia alimentare dovesse protrarsi nel tempo, v’invierà da un buon specialista del settore.
Un saluto e buona pappa a tutti …
Alla prossima …
Rosaria Uglietti

domenica 1 febbraio 2015

Psicologi vs Medici saremo sempre i cugini poveri?

E' notizia di questi giorni che il ministro Giannini abbia firmato il decreto che riordinerà le scuole di specializzazione per i medici, manovra che permetterà di assegnare 700 borse di studio in più, che detta in soldoni significa 700 nuovi specializzandi. Mi sono chiesta, leggendo la notizia, possibile che noi psicologi dobbiamo restare sempre i cugini poveri dei medici? Ricordo già ai tempi del tirocinio all'Istituto di Medicina Legale di Napoli, dove gli specializzandi si lamentavano di non riuscire a coprire le spese con le loro borse di studio e mi chiedevo e noi? Cosa dovremmo dire noi psicologi che studiamo esclusivamente a nostre spese in scuole che costano un occhio della testa e dove anche un master a volte costa quanto un'intera specializzazione? L'anno del tirocinio, che noi psicologi sosteniamo a nostre spese, partecipai alle giornate medico legali a Roma, ancora oggi, mi arrivano messaggi della Consulcesi, la quale conosce solo il mio nome e non il mio lavoro, di continui rimborsi per i medici specializzandi che non riescono a far fronte alle loro spese in assenza di una borsa di studio.Il nostro lavoro, inoltre, è così tutelato che ormai è all'ordine del giorno la notizia di qualche abuso di professione, basti leggere qui
o ancora andare in uno studio medico e trovare pubblicità di counseling psicologico da chi dichiaratamente non è uno psicologo, ma che allegramente ci deruba del nostro lavoro. Sulla differenza tra lo psicologo e il counselor ne ho già parlato qui,
per cui mentre loro piangono e ottengono risultati noi urliamo ma restiamo inascoltati. Quale sarà il nostro problema, avere un ordine che ci tutela poco, oppure è la nostra società ancora fortemente medicalizzata? A voi la risposta, nel mentre il governo taglia le gambe ai liberi professionisti che non sanno cosa fare 

Ed io? Io provo a farmi strada comunque ...
Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

mercoledì 21 gennaio 2015

Questi psi che confondono

 Psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, psicomotricisti e chi più ne ha più ne metta. Ci pensate che nel 2015 si fa ancora confusione fra le varie figure? Provate a farvi un giro nella rete, alla voce psicologo troverete chi comprende il carattere delle persone e sa rapportarsi ad esse con sensibilità .http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/psicologo.shtml
Ve lo immaginate se alla voce medico ci fosse la dicitura chi cura gli altri con garbo e gentilezza, usando di tanto in tanto la pinza per aprirgli lo stomaco? Lo psicologo è un laureato in psicologia che dopo aver svolto un tirocinio e aver sostenuto un esame di stato può svolgere la professione. Nel 1989 fu emanata la legge n°56 che ha definito e regolamentato la professione di psicologo.  All'articolo 1 leggiamo
"La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito"
Leggi qui per un approfondimento
 http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1989;56


Ricordo che nel 2011 una allora giovane studentessa, oggi assistente sociale, diventata amica e persa nel tempo mi chiese di spiegarle la differenza tra uno psicologo, uno psicoterapeuta, uno psichiatra e lo sconfinamento dei campi. Oggi quella ragazza svolge il suo ruolo pur avendo le difficoltà che ognuno di noi incontra nella vita, eppure facendo un giro nella rete, tra i maggiori social network e i vari blog mi sono resa conto che a distanza di tempo non solo le figure professionali continuano ad essere confuse dai non addetti ai lavori, ma subiscono anche dei contraccolpi dai vari governi che cambiano e dai vari ordinamenti universitari che impongono cambi di rotta non seguiti da una adeguata legislatura. La confusione principale è sicuramente costituita da quella fra lo psicologo e lo psicoterapeuta, per cui iniziamo dal principio ...
Chi è lo psicologo? Abbiamo letto la definizione, bene ora vediamo di cosa si occupa nello specifico uno psicologo.
Lo psicologo anzitutto può avere vari ambiti, clinico, del lavoro e delle organizzazioni, dello sviluppo e della ricerca, anche se ultimamente con le nuove lauree brevi ci sono una serie di definizioni che possono variare da facoltà a facoltà, è del 2001 ad esempio la figura del dottore in tecniche psicologiche il quale ha conseguito la laurea in tre anni e dopo un tirocinio di sei mesi può sostenere l'esame di stato e iscriversi all'albo. Esiste, infatti,  la sezione A per i laureati quinquennali e B per i triennali. Ritornando all'argomento lo psicologo si occupa del disagio psichico, della promozione del benessere,  nonché della ricerca, della selezione del personale, della formazione.
Ambiti diversi presuppongono strumenti conoscitivi e di intervento differenti, tuttavia, il colloquio e i test, che differiscono anch'essi in relazione all'ambito in cui si opera costituiscono gli strumenti maggiormente utilizzati per la professione.
Chi è lo psicoterapeuta?
Lo psicoterapeuta è uno psicologo oppure un medico che dopo l'abilitazione e l'iscrizione al proprio Albo di competenza si iscrive ad una scuola di specializzazione per svolgere l'attività. Lo scenario delle scuole di psicoterapia è vasto, ci sono varie scuole di pensiero che determinano approcci differenti, non entrerò nel merito delle varie scuole perché finirei per essere inutilmente prolissa. Nell'augurio di non svegliarmi domani e leggere ancora assurdità riguardo la nostra professione, vi saluto e vi do appuntamento alla prossima per indagare sugli strumenti conosciti specifici della professione e dare uno sguardo alle altre figure professionali ... Alla prossima



Rosaria Uglietti

mercoledì 14 gennaio 2015

Morti bianche in realtà oscure


OPG Aversa
E' di questi ultimi giorni l'ennesima morte nell' Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, Antonio è stato trovato morto in cella. La procura ha aperto un fascicolo ed io vi chiedo, pensate davvero che sia così difficile rendersi conto se una persona stia morendo o meno? Considerate che in ogni reparto vi sono un poliziotto, un infermiere ed un operatore socio sanitario. La notizia ha riportato alla cronaca ancora una volta la triste realtà degli OPG, sebbene proprio in quel di Aversa si tenta in ogni modo di edulcorare il quotidiano attraverso iniziative di vario genere. C'è da dire inoltre che spesso le morti non sono denunciate, questa estate è morto anche un'altro internato ma di lui alcuna notizia ha segnato i quotidiani di cronaca. Ci saranno anche in OPG morti di serie A e morti di serie b? Non lo so, so soltanto che noi lavoriamo e loro continuano a morire ...

martedì 6 gennaio 2015

La Maddalena tra ricordi ed emozioni

blog rosaria uglietti
Ciao a tutti, oggi voglio parlarvi della visita al Complesso della Maddalena di Aversa, per chi non conoscesse la struttura, mi riferisco all’ex manicomio, il primo della storia e a detta di molti un impianto che ai tempi era all’avanguardia, costituendo un’eccellenza campana. In seguito alla legge Basaglia, che come molti sapranno, impose la chiusura dei manicomi, la struttura è stata chiusa e abbandonata. Un complesso dall’architettura straordinaria, risalente al 1200 ridotto oggi a un vecchio rudere fatiscente di cui non si comprende il destino e l’uso che s’intenda fare … Ho visitato la Maddalena grazie ad un movimento politico, tuttavia, mi chiedo se dietro a questo improvviso interesse non ci sia ancora una volta lo sfruttamento delle emozioni di noi addetti al settore nonché del semplice cittadino per acquisire lustro e poi lasciare, come di solito accade, la vicenda nel dimenticatoio.
Ho compiuto una piccola ricerca in rete per dare al lettore qualche nozione in più rispetto alla struttura, all’importanza che costituiva all’epoca e a quanto spesso la mano dell’uomo e la sua ingordigia possano distruggere …
Fondato nel 1269 per volere del re Carlo I d’Angiò all’esterno delle mura angioine, il complesso della Maddalena fu edificato nei pressi dell’antica porta San Nicola, oggi via Giovanni Linguiti.
Nato per la cura e assistenza dei malati di lebbra, si ritiene che il complesso fosse gestito dai Cavalieri ospedalieri di San Giovanni che ai tempi amministravano i due terzi dei lazzaretti d’Europa, essendo la lebbra una malattia dominante in tutti i paesi europei.
clicca qui per la storia completa
http://ugliettipsicologa.blogspot.it/2015/07/storia-della-maddalena-di-aversa.html


 Si potrebbe ipotizzare un accostamento tra la follia e la lebbra e ritenere che i folli siano stati inviati in un ex lebbrosario per equiparare il ripudio della malattia infettiva a quello sociale che da sempre ha stigmatizzato gli individui affetti da disturbi psichici. La direzione del nosocomio fu affidata all’abate Gennaro Maria Linguiti e sembra che le cure praticate all’interno fossero  all’avanguardia per i tempi. Queste erano basate su metodi terapeutici tali da permettere ai malati di lavorare e praticare varie attività, fino ad arrivare, in alcuni casi anche a guarigioni. Le coercizioni tipiche dell’epoca, nonché le repressioni e le reclusioni furono del tutto abolite.
L’Istituto assunse una considerevole fama in tutta Europa, tanto da essere visitato e dai sovrani d’Austria, di Sassonia, di Russia e da medici, filosofi, giuristi, e intellettuali dell’epoca. Con il passare del tempo il manicomio andò ad assumere sempre più l’aspetto di un vero e proprio ospedale, migliorando e incrementando il personale sanitario e di assistenza. Presso tale struttura, nel marzo 1944, fu costituito il Comando del Centro raccolta profughi del Ministero degli Interni, ciò causò un allontanamento di molti folli che, dispersi o ricoverati in altri luoghi, torneranno ad Aversa solo nel 1946, quando la vita ospedaliera riprese a esserci. Si giunse, quindi, in seguito al degrado degli anni del conflitto mondiale e del dopo-guerra, al riconoscimento di Aversa come punto di riferimento nell’ambito psichiatrico, fino alla chiusura avvenuta verso la fine degli anni Ottanta del Novecento.
Dalla storia emerge un dato inquietante, l’ospedale risulta essere un centro di eccellenza per la malattia mentale, dove i tempi addirittura si precorrono rispetto al resto d’Italia e agli intenti di Basaglia, il quale impose con la legge 180 la chiusura dei manicomi. Mi chiedo allora, perché una struttura all’avanguardia è stata chiusa e lasciato nel degrado al pari di altre strutture, dove la contenzione e la coercizione erano all’ordine del giorno? E’ interessante, a mio avviso, anche un’altra osservazione, magari un po’ azzardata; i promotori della visita imputavano il degrado e la dismissione del Complesso allo stesso Basaglia e alla legge 180, per cui mi domando ancora se questi conoscano o meno tale legge e se non ci sia stata una manovra politica sicuramente non dipende dallo psichiatra a determinare un tale scempio.
Ricordo al lettore che la legge 180, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, del 13 maggio 1978, meglio conosciuta come legge Basaglia, impone la chiusura dei manicomi e disciplina il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi d’igiene mentale pubblici. Questa, in seguito, confluisce nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale. La legge 180 demanda alle regioni il compito di attuare la trasformazione degli istituti cioè dei vecchi manicomi in strutture ambulatoriali territoriali.
Per una maggiore conoscenza rimando il lettore temerario a un vecchio articolo postato su questo blog riportandone il link.
Ritorna qui più agghiacciante il timore che si giocasse ancora una volta sulla pelle dei più deboli, demolendo la struttura e imputando a Basaglia delle colpe non sue, rammentando al lettore che lo stesso Basaglia fosse un personaggio scomodo poco gradito agli esponenti della politica e delle scienze dei tempi. La mancata costruzione di strutture idonee alla malattia mentale nonché la demolizione del complesso aversano, costituente un punto di eccellenza della stessa assume in quest’ottica delle sfumature orribili.
Passeggiare all’interno del complesso Maddalena desta rabbia, malinconia e un susseguirsi di emozioni contrastanti fra loro, all’interno della struttura archivi riportano alla luce una realtà nascosta, registri che testimoniano la presenza di anime vaganti, letti vuoti che riecheggiano i passi di chi ha attraversato quei luoghi. Oggi la Maddalena non è completamente priva di vita, al suo interno esiste una fattoria didattica e un agriturismo che vive dei prodotti della terra. Facendo una digressione che esula dalla malattia mentale, si possono fare tanti pensieri e riflessioni, riguardo alla struttura, al suo stato di abbandono e a quanto potrebbe offrire alla città. Percorrere quei luoghi è come attraversare i cortili dell’OPG, c’è la stessa aria surreale, lo stesso senso d’inquietudine misto a tanta pace e serenità. Si potrebbero creare tanti progetti di restauro, di recupero archeologico, ma soprattutto si potrebbero porre in essere tanti PTRI, per i non addetti ai lavori esso è l’acronimo di Progetto Terapeutico per il Reinserimento Individuale. La Maddalena offre le stesse opportunità che potrebbe offrire L’OPG, attraverso progetti di giardinaggio, laboratori di pittura, agricoltura, alimentazione consapevole e tanto altro, i soggetti svantaggiati avrebbero nuove opportunità e gli operatori del settore avrebbero un lavoro assicurato a vita. Mi piacerebbe avere la possibilità di proporre agli enti competenti queste idee, creare una sinergia tale da portare nuova vita e luce in quei luoghi. Basaglia m’insegna che volere è potere, si potrebbe creare una sinergia fra gli internati dell’OPG e le strutture interne a esso e alla stessa Maddalena affinché gli ultimi e i dimenticati avessero altre occasioni di vita. Ci sono dipinti che testimoniano la presenza di vite passate di lì. Ai tempi questa struttura era un’eccellenza, una vasta area colma di storia, registri che narrano vicende di vita, letti abbandonati che palesano l’indifferenza e l’emarginazione cui i soggetti con difficoltà sono relegati. Navigando nella rete alla ricerca di notizie da proporre al lettore inoltre mi sono imbattuta in un video inquietante che forse potrebbe rispondere ad alcune domande poste in precedenza e che potrebbe affermare le mie ipotesi di lucro. Testimonianze affermano che l’ASL di Aversa proprietaria dei terreni adibiti ad agriturismo e fattoria didattica non vuole rinnovare i mandati alle cooperative che vi risiedono, rovinando anni di lavoro e reinserimento individuale. Le zone fatiscenti restano tali, quelle che contribuiscono a un miglioramento della vita vogliono distruggerle. L’interesse politico evidentemente misto ad altri più loschi potrebbero chiarirci il perché di tanto degrado. Vi lascio con il video di cui parlo e vi do appuntamento alla prossima …



                                                                                                                                   




Rosaria Uglietti