domenica 22 marzo 2015

Ciuccio, ciuccio delle mie brame, piccole e grandi difficoltà della crescita

Arriva una fase nella vita dei nostri piccoli in cui bisogna fare un grande passo, questo momento è l’abbandono del ciuccio. Ci sono pareri discordanti sull’età in cui toglierlo e soprattutto sulle modalità. Qualcuno dice intorno ai due anni, altri ritengono si possa arrivare fino a tre, ad ogni modo non c’è un'unica verità, questo perché i bambini sono diversi fra loro e ognuno ha una maturità differente dall’altro. L’importante è non procrastinare l’evento in maniera eccessiva.

 Vediamo insieme come comportarci.
Tutte le mamme si chiedono quando sia il momento di togliere il ciuccio al proprio figlio e soprattutto ciò che le inquieta maggiormente è il modo con cui farlo. Il gioco sicuramente costituisce un elemento fondamentale affinché per il bambino questa separazione non sia un trauma, riguardo al periodo mi ripeto non ne esiste uno specifico, l’importante è non andare troppo in là con gli anni, soprattutto, per la voglia di noi mamme lavoratrici e delle mamme in genere di coccolare eccessivamente i nostri figli e di non farli piangere. Di sicuro oltre i tre anni è bene non andare per gli stessi motivi dell’abbandono del biberon, per i dettagli leggere qui ….

http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/02/aiutooooo-si-e-rotta-la-tettarella.html

Piccoli consigli sull’abbandono del ciuccio
La fase dell’abbandono deve coincidere sicuramente con un momento sereno della vita del bambino, spesso invece noi mamme vorremmo fare tutto insieme togliere il ciuccio, il biberon e il pannolino e magari inserire nostro figlio a scuola, niente di più sbagliato. Queste varie tappe costituiscono degli stadi molto importanti per il nostro bambino, per cui è bene che avvengano in maniera separata. 
 In riferimento al ciuccio un modo che sicuramente può andare bene è attraverso la fantasia. Il mondo fantastico è molto vicino a quello del bambino, in maniera particolare se noi mamme siamo propense a narrare loro delle favole. Attraverso queste possiamo aiutare il piccolo a superare bene questo momento. Vediamo insieme come. Un modo potrebbe essere quello di raccontare al bambino che il ciuccio, che è stato il suo amico dell’infanzia deve andare a far compagnia a un bambino più piccolo, per cui gradatamente dovrà imparare a fare a meno di lui. Allo stesso modo possiamo dire al bambino che sta crescendo e che durante i suoi giochi può lasciare il ciuccio in custodia al suo pupazzo preferito e che per il momento potrà ancora averlo per la notte, fino a quando, in piccoli passi avverrà la separazione, quest’ultima modalità mi è tornata personalmente utile. 

Comportamenti da evitare
Ciò che si deve tenere in conto in questa fase, come in tutti gli stadi della crescita dei nostri bambini è la possibilità che il piccolo possa attraversare dei momenti di tensione per la mancanza del ciuccio. Questa potrebbe manifestarsi con comportamenti che si discostano dalla norma, il bambino potrebbe apparire più ansioso e manifestare il proprio stato con qualche capriccio maggiore e qualche pianto. 

Noi mamme, aiutate anche dai papà dobbiamo armarci di tanta pazienza e dobbiamo frenare la nostra voglia di ricorrere prontamente al ciuccio. Con molta calma dobbiamo coccolare il bambino, rassicurarlo e parlargli. Potrebbe sembrare faticoso e strano per il nostro innato senso di protezione questa fase, l’importante è essere fermi ma allo stesso tempo non eccessivamente rigidi. Ci saranno degli istanti in cui non sapremo cosa fare, ma attraverso le coccole e le spiegazioni, il nostro bambino attraverserà questa fase nel migliore dei modi. Impariamo fin da subito a dialogare con i nostri figli, non lasciamoci tentare dal pensiero che essendo piccoli questi non capiscano, i bambini se messi in grado possono stupirci e in particolar modo se iniziamo da subito a coltivare con loro il dialogo da grandi sarà sempre più semplice comunicare con loro e affrontare argomenti che altrimenti potrebbero essere imbarazzanti. Un saluto e buone coccole e dialogo a tutti ...
Alla prossima … 
                                                                             Rosaria Uglietti

domenica 15 marzo 2015

Chiudono o non chiudono?!? La grande odissea degli OPG

Il 15 marzo è arrivato e gli OPG sono ancora lì, tra slittamenti e false dichiarazioni questi continuano in silenzio la loro vita, tra una notizia di suicidio e l’altra di fuga, tra una strizzata d’occhio dei politici e l’incredulità dei cittadini. E’ del 2012 l’inchiesta dell’allora ministro Marino sull’orrore degli OPG ma a oggi poco o nulla è cambiato nella lenta vita degli internati. Sono stati ridotti e in alcuni casi eliminati i progetti terapeutici di reinserimento individuale, uno dei pochi momenti di vita reale degli internati per dare man forte alla politica e ai privati con le REMS, residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. Ho sempre affermato che gli OPG sono strutture piene di potenziale, quel che non va è la mentalità di molti che vi lavorano, nonché dello stigma nei confronti della malattia. Quest'ultima, tra l'altro proviene in primis dai familiari degli stessi utenti i quali nella sostanza non vogliono il ritorno dei loro parenti in casa. Io posso parlare esclusivamente dell’OPG di Aversa, la struttura come più volte affermato, ha un potenziale fortissimo, è la logica di utilizzo che non va. Essa potrebbe essere utilizzata al meglio e invece di spendere tanti soldi per nuove strutture potrebbe essere resa essa stessa più vivibile.
corridoi aria trattamentale 
Una struttura che al pari della Maddalena di Aversa, ex manicomio, di cui ho parlato qui
è piena di verde, di laboratori, bisognerebbe fare una rivoluzione nelle teste al pari di quella basagliana che non è mai stata posta in essere.
 Basterebbe ridipingerla con colori allegri, togliere le sbarre alle finestre e risistemare le porte, tutto questo porterebbe un gran risparmio allo stato, ma soprattutto tornerebbe utile per quelle persone anziane che non conosco altra realtà che quella degli OPG, ritenendo questa la loro casa. La verità è che questa tanto annunciata rivoluzione non avverrà mai, perché fa troppo comodo distogliere di tanto in tanto l'attenzione dei cittadini da altre problematiche italiane, ponendo l'attenzione sugli OPG, salvo poi mettere tutto nel dimenticatoio per ritirarlo fuori quando conviene. 


laboratorio informatica 
Gli internati sono persone, ma per molti sono soldi che camminano, lo sono per le cooperative le quali non hanno alcun interesse ad un reale inserimento di questi nella società, basti pensare a tutti quelli che scappano dai gruppi appartamento per fare ritorno in OPG poiché tale allontanamento per la legge è evasione e nel mentre la loro vita scorre, tra una fuga e un ritorno dietro le sbarre. Lo sono per le famiglie, le quali ritirano la pensione che spetterebbe ai loro parenti reclusi, soldi ai quali rinuncerebbero mal volentieri, in cambio della noia di un ritorno a casa di questi. 
cortile 
Esiste ancora in maniera pressante la mentalità penitenziaria nell’OPG, quando nella realtà il personale preposto alla sicurezza dovrebbe solo osservare da lontano se accade qualcosa, nella sostanza invece continua a far condurre agli internati una vita da galeotti. Tutto questo è sconcertante, ma vero e noi che ci lavoriamo e lo facciamo per passione, noi che ad ogni piccolo risultato ottenuto siamo felici, noi che vorremmo ancora Basaglia in mezzo a noi, non possiamo fare altro che continuare il nostro lavoro, impotenti e arrabbiati contro uno stato e una mentalità indifferente ed arrogante. Vi lascio con le parole di Franco Basaglia e vi do appuntamento alla prossima ... 





"L'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico" Morire di classe 1969 
                                                                                                               
  Rosaria Uglietti