domenica 16 ottobre 2011

Amarsi e amare





Che cosa significa amare se stessi? Ogni giorno da più parti si sente questa frase e ogni giorno le persone mi chiedono:-Che significa amare me stesso che devo diventare un egoista?
La risposta potrebbe essere affermativa o negativa, ma dobbiamo iniziare prima a comprendere il concetto di amore nei propri confronti. Nella vita di tutti i giorni e durante la nostra crescita i nostri genitori ci insegnano che non bisogna essere egoisti e che gli altri sono importanti, ciò che i genitori non ci insegnano è che dobbiamo amare anche noi stessi … Tutto ciò sembra semplice e banale ma non lo è affatto … Vari sono i fattori che inducono l’individuo a non amarsi, tra questi sicuramente ci sono i sensi di colpa dovuti a un’educazione rigida, le cure parentali costituiscono per l’individuo la prima forma di amore nei propri confronti e paradossalmente la ragione per la quale molti non si amano, è perché non hanno imparato a farlo, non gli è stato insegnato.
A tal proposito faccio riferimento alla teoria dell’attaccamento di J. Bowlby, quest’ultimo definì l’attaccamento affettivo come il risultato di un sistema di schemi comportamentali introiettati nell’infanzia e determinato in larga parte dalle modalità con cui il bambino è trattato dalle figure genitoriali ed educative di riferimento.
Qual è il senso di queste parole?                
Il senso è che il modo con cui il bambino e in futuro l’adulto,  si relazionerà con se stesso e con gli altri dipende dal modo in cui egli stesso sarà stato accolto dai genitori e in generale da tutte quelle figure adulte che sono state un riferimento educativo per la sua vita. Questo schema comportamentale Bowlby lo chiama base sicura, proprio perché tali figure sono per il bambino un porto, un luogo dove egli impara a stimare se stesso e a costruire la sicurezza di se e del mondo che lo circonda. Questo processo per Bowlby riguarda i primi 12 mesi di vita che andranno a costruire l’intera vita del soggetto e  attraverso una serie di esperimenti giunse alla seguente conclusione schematizzata:
ATTACCAMENTO SICURO – il bambino ha sviluppato fiducia nella presenza stabile della madre, da cui si sente contenuto, accolto e motivato all’esplorazione. E’ un bimbo sereno, che, rispecchiandosi in lei, ha maturato fiducia in sé e nelle proprie risorse.
ATTACCAMENTO ANSIOSO/AMBIVALENTE – il bambino è passivo, esplora poco, ha bisogno costantemente di essere accudito. E’ introverso, timido e compiacente per essere accolto. Si mostra costantemente angosciato a causa dell’incostanza della madre disponibile in modo discontinuo o incoerente, offrendo ad esempio un accadimento anaffettivo, e si aggrappa a lei temendo l’abbandono.
ATTACCAMENTO EVITANTE - Alterna momenti di indipendenza a momenti in cui si affanna a cercare la madre. L’indifferenza ed il mancato contenimento di lei non permettono al bambino l’elaborazione degli affetti negativi nei suoi confronti, quali (dolore, rabbia..) che, scissi da quelli postivi, vengono ben presto incanalati in ambito sociale (atteggiamento ribelle e contestativo) o rimossi.
ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO – l’ultimo tipo di attaccamento descritto da Bowly origina da gravi mancanze della madre (violenza, maltrattamenti, abusi) che generano personalità borderline o psicotiche.
Bowlby  afferma  che nel momento in cui il bambino non percepisce il contenimento materno, cioè di essere amato e protetto da questa  figura, sviluppa  delle condotte antisociali, per cui se un bambino percepisce sentimenti di rifiuto, indifferenza o assenza affettiva manifesta disagio, il quale disagio se non è appunto contenuto e elaborato,  produce dei sentimenti anti sociali derivanti proprio dal proprio disagio e dall’incapacità di gestire questi vissuti negativi.
Riporto di seguito i risultati delle ricerche di Bowlby:
Dall’attaccamento sicuro sviluppa un tipo di personalità confidente in se stessa, capace di rapportarsi agli altri, di fidarsi ed affidarsi senza timore dell’abbandono, base sicura in se stessi introiettata, non spaventata dalla minaccia di poter subire intrusioni.

Dall’attaccamento ambivalente origina una struttura di personalità insicura, bisognosa e possessiva. Spesso dipendente ed affamata d’amore; restia ad ogni confronto per paura di perdere l’altro e dunque poco assertiva. Costantemente alla ricerca di conferme esterne alla propria autostima e tendente alla confluenza affettiva.

Dall’attaccamento evitante genera un limitato bisogno di attaccamento unitamente ed una grande autonomia affettiva che può sfociare nella difficoltà ad entrare in contatto autentico o in intimità con l’altro.
Alla luce di quanto detto possiamo comprendere che il modo in cui siamo stati amati o abbiamo percepito l’amore rispecchierà le nostre modalità comportamentali. Tutte le persone che hanno difficoltà ad instaurare una relazione con l’altro, sia esso un compagno di vita o di avventure, un confidente o un conoscente sarà dovuto al modo in cui egli sarà cresciuto e avrà percepito l’amore.
Ci sono due modalità relazionali opposte e disfunzionali che derivano dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby, queste sono il narcisismo e il dipendente affettivo. Il primo è il risultato di un amore disatteso e deluso, l’esser privati di accudimento e protezione porta il soggetto a sviluppare dei comportamenti che possano rinsaldare l’insicurezza e il timore del rifiuto. Questi sono la soppressione del proprio bisogno affettivo, adottando atteggiamenti evitanti o viceversa vivere un’esistenza alla continua ricerca di un oggetto ideale di amore, o ancora avendo un se incapace di entrare realmente in contatto con l’altro.
Il dipendente affettivo è colui che ha sperimentato un affetto insufficiente ha difficoltà a separarsi dalle figure parentali di riferimento per cui tenderà a sviluppare relazioni soffocanti tese a racchiudere l’altro e a tenerlo esclusivamente per se.
Abbiamo visto fin qui le motivazioni che inducono gli individui a non saper instaurare relazioni con gli altri, ora vediamo cosa possiamo fare per attuare in noi un cambiamento.
Anzitutto devo dire che per modificare questo stato delle cose è necessario esserne consapevoli, avere coscienza che dentro di noi ci sono delle zone ombra che ci impediscono di avvicinarci agli altri e di relazionarci con loro. E’ difficile sicuramente, perché vuol dire ammettere un fallimento che sebbene non dipenda da noi ci fa stare male. Il senso di colpa inoltre, che deriva dall’inadeguatezza, costituisce uno degli impedimenti più cogenti esperiti dall’individuo. La psicoterapia costituisce un aiuto fondamentale per aiutare il soggetto a ricostruirsi e a elaborare il tutto.
Due elementi permettono al soggetto di amarsi, questi sono costituiti dall’autostima, cioè la percezione del valore che abbiamo indipendentemente dai difetti che ognuno di noi ha, comprendendo soprattutto che anche questi fanno parte del nostro essere e che prima lo accettiamo meglio è e dalla fiducia in se stessi. Stima e fiducia comprenderete, dalla teoria di riferimento che ho preso, derivano anch’essi dal modo in cui siamo cresciuti, ma avendo consapevolezza di ciò possiamo intraprendere un cammino che ci porti a vivere meglio e a superare il tutto. Prima ho detto accettare, l’accettazione a mio avviso costituisce un passo importante per l’autostima e la fiducia, abbiamo il mito della perfezione, della superlatività. Le persone che incontro nel quotidiano mi chiedono come fare per raggiungere un equilibrio, io ritengo che il punto essenziale sia accettare che si possa essere sprovvisti di equilibrio in alcuni istanti della vita, che non necessariamente dobbiamo essere equilibrati alla perfezione, ma accettare i nostri alti e bassi, il nostro modo di essere e cercare quelle aree da migliorare che ci permettano di andare avanti.
Un altro elemento fondamentale per il nostro percorso verso l’amore di se stessi è il rispetto che dobbiamo avere per noi, dobbiamo imparare che le nostre scelte riguardano solo ed esclusivamente noi, le nostre azioni devono essere volte al nostro benessere psicofisico. Qui qualcuno potrebbe dire allora dobbiamo essere egoisti? Il concetto di egoismo è ambivalente, se per egoismo intendiamo il nostro benessere a scapito altrui, allora è ovvio che la risposta sia no, ma se per egoismo intendiamo fare delle scelte libere allora la risposta è sì. Si parla, infatti, di un sano egoismo, dove per egoismo s’intende il significato principe del termine …  significa se stesso … metterci al primo posto nella scala dell’amore non vuol dire non amare gli altri, ma ripeto se non amiamo prima noi stessi, se non ci rispettiamo, se non facciamo scelte che ci fanno stare bene, non saremo mai in grado di poterci relazionare con l’altro. Amore è libertà di espressione, è capacità di donare a se e agli altri il proprio mondo interiore.

Concludo con una frase nella quale credo molto:
L’amore non è qualcosa che possa essere confinato, si può tenere nella mano aperta, ma non nel pugno chiuso: appena si chiudono le mani esso si dilegua.  Osho … Alla prossima
Rosaria Uglietti


sabato 15 ottobre 2011

Difendersi da un T.S.O






La volta scorsa ci siamo salutati con la legislazione del T.S.O. trttamento sanitario obbligatorio e dandoci appuntamento per riprendere il discorso e mostrare al lettore gli strumenti a nostra disposizione per difenderci da un eventuale ricovero coatto.

Gli individui hanno alcuni strumenti difendersi da un T.S.O, anzitutto ricordo che il sindaco emana il provvedimento, una volta avvenuta l’emanazione di questo, entro quarantotto ore la notifica deve essere convalidata dal giudice tutelare, la mancata convalida fa decadere in automatico il provvedimento. Il giudice tutelare ha la funzione di tutelare i cittadini, purtroppo nella realtà bisogna dire che raramente svolge tale funzione, il più delle volte il controllo è solo formale. Notificato il provvedimento e portato in S.P.D.C, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, in sostanza l’individuo perde i suoi diritti di libertà, tuttavia ci sono alcuni diritti che molto spesso lo stesso soggetto non sa di avere. Ciò costituisce il fondamentale motivo per il quale i soggetti ricoverati con provvedimento coatto si rimettono ad esso senza tentare alcun ricorso. Il primo e più importante dei diritti dell’individuo è poter fare ricorso nei confronti di tale provvedimento e soprattutto che questo diritto è esteso non solo al soggetto imputato, ma anche a chi gli è vicino. Il ricorso deve essere presentato al sindaco e qui vi riporto un elemento sconcertante della nostra realtà burocratica, il ricorso può essere presentato entro dieci giorni, ma il limite massimo di un T.S.O è di sette giorni, che poi si prorogano di sette in sette e questo fa si che l’individuo il più delle volte perda la propria libertà. Il ricorso sarebbe utile presentarlo entro le prime quarantotto ore e darne copia anche al giudice tutelare, affinchè questi possa esercitare la suo funzione di controllo. La notifica costituisce anch'essa uno strumento importante per sottrarci ad un T.S.O, ogni qual volta ci accade che qualcuno ci intimi di seguirlo, assumere una terapia o entrare in un reparto, noi abbiamo la possibilità di rifiutarci; non possiamo esimerci solo ed sclusivamente in presenza di una notifica.
Ricorderete inoltre, dalla volta scorsa, che un utente in T.S.O ha diritto di poter comunicare con tutte le persone della propria vita, ciò nella realtà non è mantenuto. Molto spesso osserviamo operatori psichiatrici che fanno credere agli utenti di non avere diritti e soprattutto fanno credere loro che per la condizione psicologica in cui si trovano siano giustificati comportamenti lesivi nella loro persona, quali le violenze fisiche o psicologiche. Ricordiamo i letti di contenzione che ancora oggi sono utilizzate nei confronti dell’utenza psichiatrica e che non trovano giustificazione alcuna se non limitata alla somministrazione di una terapia e non come punizione. Ogni giorno in O.P.G, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, gli utenti mi raccontano ciò che hanno subito durante la loro vita da utenti psichiatrici e nei loro occhi si scorge terrore. Riguardo la terapia farmacologica, se è pur vero che in regime di T.S.O l’utente non può esimersi dal sottoporsi ad essa, faccio presente al lettore che ogni persona ha il diritto di essere informato riguardo la prescrizione dei farmaci che prende e soprattutto che ha il diritto, qualora ritenga che tale terapia sia lesiva di poterlo far presente al responsabile della struttura di riferimento. Questi sono gli strumenti che ogni individuo può utilizzare a propria difesa, inoltre informo il lettore che ci sono anche molti movimenti antipsichiatrici a tutela del cittadino, nonchè il telefono viola. Vi saluto e vi dò appuntamento per nuove informazioni. Alla prossima
Rosaria Uglietti


venerdì 14 ottobre 2011

T.S.O l'ultima forma di ricovero coatto

Oggi continuiamo il nostro viaggio nella psichiatria, affrontando un argomento il cui acronimo ognuno di noi avrà ascoltato, ne avrà sentito parlare e si sarà chiesto in cosa consista esattamente, parliamo di T.S.O, Trattamento Sanitario Obbligatorio. Questo, come si evince dal termine, è un trattamento cui l’utente psichiatrico è sottoposto di là dalla sua volontà. Tale provvedimento è emanato dal sindaco il quale ha la facoltà di disporre che una persona sia sottoposta a cure psichiatriche al di fuori della sua intenzionalità. Il ricovero avviene tramite gli S.P.D.C, Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura presso i reparti di psichiatria degli ospedali generali. Il T.S.O. è inserito nella legge 180, nella sezione in cui essa fa riferimento agli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” ed è l’unica forma di ricovero coatto ancora possibile da quando fu emessa la riforma sanitaria in cui è inserita la suddetta legge, meglio conosciuta come Legge Basaglia, di cui ho più volte argomentato.

L’emissione di un provvedimento di T.S.O è cavillosa e specifica, il sindaco necessita di certificazioni e requisiti distinti affinché possa emanarlo. Questi sono  il ritrovarsi nella situazione in cui il soggetto è in una condizione di alterazione tale che richiede interventi terapeutici urgenti, che gli interventi siano rifiutati e infine che non si riescano ad effettuare cure extraospedaliere tempestive. Tali condizioni devono necessariamente essere presenti in contemporanea affinché sia proposto il T.S.O e la certificazione medica deve avvenire ad opera di due medici, quello di famiglia che lo emana e quello di una struttura ospedaliera pubblica, in ogni caso la legge prevede che i due medici di cui sopra non debbano necessariamente essere psichiatri. Il sindaco, una volta ricevuta la notifica ha 48 ore di tempo per provvedere, il soggetto cui è riferito il T.S.O è portato dai vigili urbani in un SPDC…
Io considero che il fatto che un T.S.O possa essere richiesto da un medico di famiglia possa essere di aiuto a quelle famiglie che hanno delle problematiche e non hanno gli strumenti per aiutare un loro congiunto. Penso, tuttavia, che essendo la materia psichiatrica cosi specifica e di pertinenza di un professionista in grado di valutare lo stato del soggetto, non possa essere convalidata da un medico generico, ma da un professionista del settore. Un ulteriore elemento cui porre l'accento è che per emanare i T.S.O siano utilizzate delle certificazioni prestampate che attestino esclusivamente la presenza delle condizioni necessarie e sufficienti per l’emanazione del provvedimento medesimo. Per quanto ciò sia uno snellimento burocratico atto a velocizzare il rientro di situazioni critiche, è pur vero che ciò potrebbe essere una superficialità atta a ledere la libertà del singolo individuo. Ricordo ancora, che l’individuo ha in teoria la facoltà di poter scegliere il luogo della sua degenza, qualora essa sia protratta nel tempo, ma che nella realtà i soggetti sono sistemati nelle strutture che hanno disponibilità numerica di ospitare il soggetto stesso.



Sul modo con cui un soggetto possa tutelarsi da un T.S.O rimando il lettore a un successivo appuntamento. Alla prossima ...

Rosaria Uglietti

sabato 8 ottobre 2011

Le cure possibili per la depressione

Ripercorro brevemente i perché della depressione per poter con voi proseguire il discorso da dove lo avevo lasciato la volta scorsa. La depressione deriva da vari fattori influenti in maniera più o meno diversa sull’individuo, quali l'ereditarietà e i fattori genetici, un lutto o in generale un evento negativo, un licenziamento, il forte stress e infine fattori interni di tipo psicologico come il risultato di una mancata elaborazione di vissuti emotivi profondi, verosimilmente traumatici depositatesi nell'inconscio.

Le possibili soluzioni

Molteplici sono le metodiche che possiamo utilizzare nella cura della depressione, dall’utilizzo della terapia elettroconvulsiva, alla psicoterapia, passando per gli psicofarmaci. Questi ultimi, tuttavia, costituiscono ancora oggi la terapia più utilizzata, il loro compito è normalizzare l'equilibrio alterato dei neurotrasmettitori. Come detto la volta scorsa, infatti, serotonina, noradrenalina e dopamina sono i principali neurotrasmettitori implicati nella malattia depressiva e sembra esservi una corrispondenza accertata fra depressione e insufficiente disponibilità di uno o più di questi tre neurotrasmettitori.

Per un approfondimento clicca qui

La terapia elettroconvulsiva è stata utilizzata a lungo nei casi di depressione, soprattutto nei pazienti resistenti alla terapia farmacologia, oppure in quei casi in cui si era impossibilitati a somministrare la farmacoterapia.
L’ultimo strumento, in termini storici e non d’importanza è la psicoterapia. Lungo è stato il periodo in cui si è ritenuto che gli interventi psicoterapeutici avessero una scarsa o inesistente efficacia sulla depressione. Sappiamo oggi, perché ampiamente dimostrato, che esistono molteplici psicoterapie efficaci nel contrastare la depressione, sebbene quella più diffusa e ritenuta efficace sia la psicoterapia d’impostazione cognivito-comportamentale.  Questa sembra essere la terapia in grado di ottenere i migliori risultati sia nella risoluzione dei sintomi sia nel mantenimento dei risultati.
Quest’ultimo fattore costituisce l’elemento fondamentale che fa ritenere la terapia d’impostazione cognitivo-comportamentale la più idonea nella risoluzione del problema depressione.
A mio avviso, tranne la terapia elettroconvulsiva, che ritengo invasiva e poco idonea, la cura della depressione dovrebbe considerare in primis la psicoterapia e in secondo luogo i farmaci. Questi ultimi, somministrati con parsimonia e solo in casi di depressione grave, dovrebbero essere prescritti da medici con formazione terapeutica. Affermo ciò, perché, sovente ho assistito alla prescrizione di farmaci come di caramelle, ci sono stati anche casi di prescrizioni telefoniche, come se le persone fossero delle macchine con problemi standard. Viviamo in un modo, dove a ogni problema corrisponde una pillola, ma io non ci sto e auspico la collaborazione fra professionisti affinché si possa porre fine a ciò. Alla prossima …


 Rosaria Uglietti