lunedì 26 marzo 2012

Una giornata speciale


Oggi voglio raccontarvi qualcosa di positivo che è accaduto questo sabato appena trascorso. In genere racconto episodi tristi che riguardano gli internati dell’O.P.G. di Aversa, oggi voglio raccontarvi del pranzo avvenuto presso il chiostro di S. Francesco in Aversa, offerto dalla CONFESERCENTI. Il tutto probabilmente è avvenuto per le imminenti elezioni che ci saranno, tuttavia, per una volta voglio considerare non il fine ma il mezzo. Arrivata in O.P.G alle 12, vado alla sezione matricola per presentare i documenti e sbrigare le pratiche burocratiche per l’assegnazione dell’internato. Sono usciti circa 15 internati, alcuni volontari non si sono presentati, ma ripeto questa volta sono qui a raccontarvi la gioia di quella giornata sui volti di quelli che in genere sono gli ultimi della società. E’ stato un bel pomeriggio, è stato stupendo vedere quei volti gioiosi, ma ciò che mi ha colpito soprattutto è avere la possibilità, ancora una volta, di poter dire che qualcuno che rispetta costoro c’è. Di solito io sono qui a raccontarvi di sicurezza indifferente, di personale sanitario poco preparato, ma c’è qualcuno in O.P.G. il cui sguardo s’illumina ogni volta che si rivolge agli altri e allo stesso tempo, illumina i volti delle persone cui si rivolge. Questa persona è il capo dell’area trattamentale ed è colui che mi ha fatto ricredere sull’arma. Mi piacerebbe che ci fossero più agenti con il suo spirito, con il suo sorriso, ma a volte è bello anche solo sapere che ci sia almeno uno che fa del suo meglio nello svolgimento delle ore lavorative. E’ stata la prima caratteristica che ho osservato in quest’agente fin dal primo giorno in cui ho messo piede in O.P.G., il suo entusiasmo, la sua giovialità messa a disposizione, anche se facciamo parte di due ministeri differenti e se dovremmo avere prospettive dissimili, è bello stargli accanto e imparare a vivere in un mondo non mio, di cui non condivido molti aspetti. Arrivati al Chiostro, abbiamo occupato posto ai tavoli, ognuno di noi con l’internato assegnatogli, il pranzo era allietato da un’orchestra ed è stato meraviglioso osservare i volti dei pazienti, la capacità di molti di riuscire a stare in un luogo poco conosciuto, con persone sconosciute e soprattutto la voglia di normalità che regnava. Il pranzo si è svolto nella quiete generale, certo sempre con occhio vigile di chi sa bene che un qualsiasi cambiamento nelle abitudini di persone che vedono le loro giornate scandite dalla monotonia e dalla routine, possa avere delle conseguenze, ma alla fine è andato tutto nel migliore dei modi. Questo ancora una volta pone l’accento su quanto potrebbe essere fatto nel quotidiano e che di sovente non è posto in essere. Rileva quanto è nella cultura e nella testa delle persone il luogo del cambiamento. Io auspico che giornate del genere non siano promosse solo per riflettere su se stessi la luce degli ultimi, ma che un giorno realmente il malato di mente sia esso un reo o meno, possa essere guardato dall’altrui sguardo con la stessa dignità e con la stessa possibilità di ogni altri essere vivente. Vi saluto con la speranza nel cuore che tutto ciò un giorno si avveri. Alla prossima …

Rosaria Uglietti


martedì 24 gennaio 2012

L'immagine corporea

L’argomento che affrontiamo oggi è il risultato della conversazione con una amica, la quale mi ha chiesto se potessi scrivere qualcosa in merito e allora eccomi qui.
Inizio come sempre nel definire l’argomento, il quale riguarda l’immagine corporea, facendo riferimento  a quella che negli ultimi tempi sembra essere la più accreditata e quella che ritengo più rappresentativa, ovverosia la concezione di Paul Shilder,
L’immagine corporea è la modalità con cui rappresentiamo il nostro corpo nella mente, è il modo in cui questo ci appare.
Da tale definizione si evince che essa non è oggettiva, cioè il modo con cui ci percepiamo non necessariamente corrisponde a come esso sia. Detto questa la domanda sorge spontanea, da cosa è dovuta la nostra immagine corporea? La risposta la desumo dal paradigma psicoanalitico e successivamente da quello che è il pensiero che più si avvicina al mio, la fenomenologia.
Sentimenti, comportamenti, pensieri, autostima,  famiglia di origine, amici e partners, sono gli elementi dai quali costruiamo la nostra immagine corporea. Ad essi possiamo aggiungere anche gli stereotipi culturali riguardanti l'apparenza fisica ed i modelli proposti dai mass media, i quali  influenzano l'immagine e quindi la soddisfazione che ognuno ha di se.

Facendo ancora riferimento al paradigma psicoanalitico, l’immagine corporea è un insieme di rappresentazioni ed affetti contenente le tracce delle esperienze avute sia con il proprio corpo che con quello delle figure primarie. I moti pulsionali, che fin dall’inizio della vita, ivi compresa la vita intrauterina, hanno investito il nostro corpo, o le sue parti, così come i corpi dei genitori o alcune loro parti, lasciano delle tracce nell’inconscio, l’insieme di tali tracce, denominate fissazioni,  diventa il nucleo inconscio dell’immagine corporea. Questo nucleo inconscio struttura l’immagine preconscia e conscia, influenzandola per tutto il corso della vita.
Schilder, sintetizzando due mondi che di norma non comunicano, il clinico psicologico e il neurologico, asserisce che la modalità percettiva dell’immagine corporea avviene attraverso la personalità, per cui ognuno di noi ha un proprio peculiare e specifico modo di percepire la propria immagine corporea.   Ciò implica che l’immagine corporea non è un mero insieme di sensazioni fisiologiche ma è la possibilità che ogni individuo ha, attraverso aspetti cognitivi e affettivi, di costruire se stesso. Tale processo è dinamico e cambia con il cambiare dei vissuti della persona, cresce e si trasforma insieme a quest’ultima, partendo da quando si viene al mondo e non ci si percepisce come separati da questo, all’avanzare dell’età e si subiscono le influenze dei propri vissuti e delle proprie esperienze.
Riferendomi all’approccio fenomenologico, riporto un’affermazione di Galimberti, il quale asserisce che l’esperienza della nostra corporeità non è l’esperienza di un oggetto, ma del nostro modo di abitare il mondo. Attraverso queste parole possiamo comprendere ancora meglio che il nostro modo di percepirci, di vivere e di esperire noi stessi è la diretta conseguenza di come noi viviamo, di come le nostre esperienze, la stima che abbiamo di noi influiscano sulla percezione corporea. Cosa vuol dire abitare il mondo? Significa quale riteniamo possa essere la nostra posizione, quale spazio possiamo occupare, cosa sentiamo o meno nostro, a cosa apparteniamo. Ciò implica anche che conosciamo il mondo attraverso la percezione che di esso abbiamo attraverso i suoi oggetti, i quali indicano al corpo le sue possibilità. Galimberti afferma che per disporre del proprio corpo non è sufficiente una struttura anatomica e fisiologica perfetta, ma di un mondo dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con esso. Un esempio chiarificatore determinato ancora da Galimberti è il corpo nel mare, se pretendo di entrare nel mare dopo aver imparato a nuotare non imparerò mai a nuotare, non perché il mio corpo fuori dall’acqua non sia in grado di apprendere i movimenti necessari, ma perché fuori dal mare manca al corpo quel mondo di cui il corpo necessita per sentirsi operativo.  Tale esempio ci fa comprendere come in un mondo che il corpo non sente suo l’individuo possa sentirsi a disagio. La conseguenza di ciò è che nel momento in cui l’individuo esperisce un malessere, quest’ultimo possa riflettersi sulla propria immagine corporea e possa accadere che egli veda cose di se che gli altri non vedono, di esasperare alcuni aspetti del proprio corpo che gli creano sofferenza. Voglio ricordare inoltre, che spesso, la modalità con cui ci si percepisce può influenzare anche l’alimentazione, infatti, i disturbi alimentari di frequente sono connessi a un disturbo legato ad un errata percezione di se stessi. Labile quindi è il confine fra disturbi alimentari e cattiva percezione della propria immagine.
Entrambi i paradigmi presi in considerazione evidenziano l’importanza del proprio vissuto circa la modalità di percepirsi, di quanto le emozioni possano influire sulla nostra immagine corporea, in particolare il paradigma psicoanalitico fa riferimento ai vissuti non solo individuali ma anche parentali, questo aspetto sottolinea la relazione tra immagine di se e disturbi alimentari, sappiamo che le figure parentali e in particolar modo la madre abbia influenza su questi. Non voglio dilungarmi eccessivamente sul disturbo alimentare di cui eventualmente parlerò in futuro, quanto sul disagio che si prova nel percepirsi in maniera distorta. Il vedere la propria immagine in maniera errata porta la persona a non sapersi muovere nel mondo, a non sapere quale possa essere il proprio posto al mondo. Qui mi riferisco al paradigma fenomenologo che considera tutti gli aspetti normali e patologici della persona attraverso l’esperienza corporea, la persona vive il mondo attraverso il corpo, per cui se il mondo è abitato in maniera positiva, se la persona sente quel mondo suo, riesce a muoversi in esso e a viverlo in modo sereno. Possiamo trovare conferme di tali affermazioni ogni volta che ci sentiamo a disagio, fuori posto e non troviamo una posizione in cui star fermi o seduti o ancora non riusciamo a muoverci con disinvoltura, tali disagi che si riflettono sulla nostra modalità corporea di esprimerci, indicano che non stiamo abitando il mondo, ma lo stiamo subendo e tentando di fuggire da esso. Un’ulteriore conferma è rintracciabile nei disagi delle donne affette da sindrome premestruale, in quei momenti non si ha voglia di essere esposti, il mondo ci appare come un qualcosa di estraneo, di nemico; ancora una volta troviamo la spiegazione in termini di fenomenologia, abitare il mondo significa sentirsi a casa, per cui tutte le volte che non ci sentiamo a casa è dovuto ad un disagio che stiamo esperendo e quindi a un non sentire il mondo come casa nostra. La soluzione, tuttavia, è data proprio da ciò che non vorremmo, è solo attraverso l’esposizione al mondo che il disagio è superabile, dove per esposizione si intende non la mera esposizione corporea, non lo spogliarsi, ma l’interagire con il mondo, con i suoi oggetti e renderli parte di noi, renderli casa nostra. Dobbiamo imparare a dialogare con il mondo, solo attraverso la comunicazione e la conoscenza, ancora una volta siamo in grado di superare gli ostacoli che la vita ci pone. Vi saluto ancora con le parole di Galimberti   Avere un mondo è qualcosa in più del semplice essere al mondo … Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

domenica 22 gennaio 2012

Incontrare il buio ...

Nei miei viaggi in rete spesso mi perdo negli scritti di Franco Basaglia. Chi un po' mi conosce o ha letto qualcuno dei miei elaborati sa della mia grande passione nei confronti di quest'uomo, della stima che ho e soprattutto della mia condivisione del suo operato ...

Cosa farebbe se il black out capitasse improvvisamente a casa sua? Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri attività giuste per il buio ....

Questa citazione rispecchia in pieno, a mio avviso, la personalità di Basaglia e il suo modus operandi. Non pretendo di conoscerlo, so di lui attraverso le sue  pubblicazioni, le sue citazioni, l'aver studiato la sua legge, che haimè ancora oggi non è applicata, tuttavia, ho per quest'uomo una stima quasi come se l' avessi conosciuto. Di questa citazione la parola che più mi colpisce è accettazione, ciò che di solito noi individui non riusciamo a compiere, nè nei confronti di noi stessi, tanto meno nei confronti dell'altro, a maggior ragione se questi è affetto da una patologia psichiatrica. La mia non vuole essere una generalizzazione, ma è il risultato di molte osservazioni, in primo luogo di me stessa. Io lavoro in O.P.G., acronimo di Ospedale Psichiatrico Giudiziario e mai come negli ultimi tempi si sente parlare di chiusura di essi, di legge Basaglia inapplicata, di superamenti e altro ed io, sempre più spesso, mi chiedo quanto questi uomini che parlano riuscirebbero a gestire il buio. Quanti di costoro sanno in realtà gli O.P.G. da chi sono popolati. Io da sempre mi batto per la riqualificazione di essi, per il cambiamento che dovrebbe avvenire nella testa di molti, anche di alcuni colleghi, ma parlare di chiusura, senza considerare cosa fare subito credo sia inopportuno. Da troppo tempo si parla di Decreti, Leggi, ma nella sostanza non si vede nulla, si parla di cambiamento ma non si decide in realtà come porlo in essere. Non vorrei che fosse solo un modo di molti per splendere, richiedere voti e poi inapplicare la legge come è avvenuto finora. Gli O.P.G. avrebbero dovuto essere chiusi da tempo a sentir i ben pensanti, io invece mi chiedo perchè invece di spendere soldi per nuove strutture non si riqualificano quelle che si hanno e si applicano le leggi che già ci sono per rendere migliore la vita agli ospiti di esse? L'O.P.G. di Aversa è pienamente inserita nel verde, ci sono alberi di limoni, arance, che potrebbero e in parte lo sono, essere curate dagli ospiti, ci sono animali, si potrebbe fare pet therapy, ci sono laboratori, quindi assumendo più psicologi, operatori del sociale e coloro che si occupano di relazione di aiuto, programmare più laboratori, rendere le giornate piene e soprattutto riqualificare la vita degli ospiti. Bisogna ricordare, inoltre, che gli O.P.G. ospitano autori di reati i quali sono incompatibili con dei gruppi appartamento, per cui, lungi da me ritenere costoro aventi meno diritti dei soli utenti affetti da patologie psichiatriche, potrebbero anch'essi essere inseriti in programmi di recupero e quindi spendere tutti i soldi che sono a disposizione per una riqualificazione della struttura e soprattutto dell'assunzione di personale qualificato e felice di lavorare in questi ambienti. Ciò tuttavia, potrà avvenire solo nel momento in cui noi saremo in grado di incontrare il buio presente nelle nostre anime e nelle nostre menti, ma fin quando avremo paura del diverso, del criminale  e di tutto ciò che riguarda il mondo della psichiatria rea o meno che essa sia, noi sentiremo solo e sempre i ben pensanti di turno di chiusra mai posta in essere, di cambiamento, superamento e corse per restare sempre fermi. Vi saluto augurandomi che indipendentemente da ciò che sarà deciso, almeno per una volta si penserà al bene delle persone e non al tornaconto personale. Alla prossima
Rosaria Uglietti

mercoledì 28 dicembre 2011

O.P.G. contraddizioni e voglia di cambiamento ...

La realtà degli O.P.G.è disarmante e sicuramente difficile, per noi che la viviamo tutti i giorni è un paradosso tra ciò che si potrebbe fare e quello che riusciamo a porre in essere, ciò è fuori di dubbio, ma ci sono anche persone come me che credono in quel che fanno, per cui non buttiamo via tutto ciò che c'è, ma proviamo a migliorare quello che abbiamo e ad eliminare quello che non va ... Ci sono persone con cui non collaborerei, di cui non condivido nè il modo di fare tanto meno il modo di porsi nei confronti degli utenti, ma ci sono anche colleghi o addetti alla sicurezza che amano ciò che fanno, nei cui occhi splende una luce, la stessa luce che dicono risplenda nei miei. Io so che con queste persone lavoro bene e se in loro vedo quella luce che attribuiscono a me, probabilmente è perchè amano ciò che fanno come lo amo io. Io è da tempo che parlo delle contraddizioni del mio quotidiano, del dolore nel vedere che alcuni utenti non sono rispettati, ma posso garantire che c'è chi come me che ama quel che fa. Ricordiamoci sempre di non fare di tutta l'erba un fascio e soprattutto ricordiamoci sempre che parliamo di persone e dobbiamo avere il loro benessere come punto di riferimento. In questi giorni stiamo facendo veramente tanto, c'è ancora un lavoro immenso da fare, dovrebbero cambiare ancora molti modi di pensare e forse quello è il lavoro più arduo, ma volere è potere ed io ci voglio provare ... Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

lunedì 26 dicembre 2011

Che cos'è la follia ... dalle parole di Eugenio Borgna ...

Era davvero tanto tempo che non scrivevo su questo blog, i motivi sono tanti, stanchezza, lavoro, ma soprattutto il guardarmi intorno e non trovarmi ispirata. In questi giorni di pausa dal lavoro, in cui ho avuto modo di dedicarmi con un po' più di attenzione a ciò che mi circonda, ho ritrovato le parole che lessi un po' di tempo fa di Eugenio Borgna, psichiatra di impostazione fenomenologica.

Cos'è la follia? La follia è una parola che i linguisti definirebbero "parola valigia marmellata" perchè ci sta dentro di tutto.

Tali parole sono molto vere, non c'è termine in cui abbia ritrovato i significati più disparati, allo stesso modo i cui nella psichiatria, la branca della medicina che dovrebbe occuparsi di follia, non abbia trovato le metodologie più differenti e le posizioni più opposte.

La malattia mentale, come ho ripetuto più volte nei miei scritti, è spesso mal considerata anche dagli stessi addetti ai lavori, tuttavia, ci sono persone come Eugenio Borgna che mi incutono ammirazione e rispetto, in lui vedo ciò che vorrei trovare nel mio quotidiano, il considerare i folli anzitutto delle persone. A tal proposito, permettetemi di consigliarvi il libro di Eugenio Borgna intitolato appunto "Cos'è la follia", ci troverete una persona degna di stima che svolge il suo lavoro nella forma più nobile possibile. E' proprio vero che i migliori sono sempre i più umili e scusatemi se queste mie parole possono sembrarvi banali e scontate, ma quando nel quotidiano vi trovate in un mondo in cui i folli sono gli emarginati di sempre, leggere le parole di Borgna, beh che dirvi è emozionante ed io mi sento  come se fossi una bambina in un parco giochi. Lo stesso Borgna afferma che ciò che noi pensiamo e possiamo cogliere della follia dipende, non soltanto dai contenuti della follia stessa, ma anche ed io mi permetto di aggiungere e soprattutto, dall'atteggiamento che noi abbiamo nei confronti della follia, di là delle cause possibili, come esperienza di sofferenza, di dolore e di angoscia.

E' ormai risaputo che lavoro all'O.P.G. di Aversa, una realtà abbastanza contraddittoria, per certi versi disarmante e per altri sconvolgente. E' qui che io trovo spunto per i miei scritti di solito, da ciò che osservo nel quotidiano, a ciò che conosco dagli studi effettuati e che non riscontro nella realtà. Posso dirvi che ogni giorno è sempre diverso dal precedente, ogni giorno posso sorridere delle persone che incontro, quelle che gli altri chiamano internati, ma posso dirvi anche che spesso trovo dolore, sofferenza e soprattutto pregiudizio. Tra le persone che incontro c'è chi spesso è deriso per il suo aspetto, per i suoi deliri e ciò che fa più male è che tali atteggiamenti sono posti in essere da chi dovrebbe prendersi cura di loro, è in quegli istanti che vorrei essere circondata da persone come Eugenio Borgna ed è il motivo per il quale provo ammirazione nei suoi confronti. Ho asserito prima che la psichiatria è contarddittoria, spesso compie abusi, ma allo stesso tempo essa è rappresentata anche e per fortuna da chi ne ha compreso il pieno valore.
Gli atteggiamenti che riscontro e che vi riporto sono la testimonianza della considerazione di Borgna nei confronti della follia, sono i nostri pregiudizi, i nostri timori e i nostri dolori ad allontanarci dai folli, questi invece hanno tanto da dare, tanto da insegnare e soprattutto tanto da vivere, a loro modo certo, ma infondo chi siamo noi per decidere cosa sia giusto o sbagliato in un comportamento quando questo non lede alcuno?
Io vi saluto, vi do appuntamento alla prossima e vi lascio con le parole di Borgna, augurandomi che questo mio scritto vi abbia stimolato e soprattutto incuriosito nei confronti di questa figura in un mondo come quello della psichiatria fatto di contraddizioni, che poco si discosta dal mondo in cui viviamo e che noi ci ostiniamo a rifiutare.

La speranza ci serve per vivere, senza speranza c'è la morte, ma anche più oscuri dovremo mantenere tracce di speranza, perchè chi non ha più speranza si può salvare solo se ne intravede qualche eco e qualche immagine ... Eugenio Borgna

Alla prossima
                                                                                                                          
Rosaria Uglietti
                                                                                                                                                                                                        

domenica 16 ottobre 2011

Amarsi e amare





Che cosa significa amare se stessi? Ogni giorno da più parti si sente questa frase e ogni giorno le persone mi chiedono:-Che significa amare me stesso che devo diventare un egoista?
La risposta potrebbe essere affermativa o negativa, ma dobbiamo iniziare prima a comprendere il concetto di amore nei propri confronti. Nella vita di tutti i giorni e durante la nostra crescita i nostri genitori ci insegnano che non bisogna essere egoisti e che gli altri sono importanti, ciò che i genitori non ci insegnano è che dobbiamo amare anche noi stessi … Tutto ciò sembra semplice e banale ma non lo è affatto … Vari sono i fattori che inducono l’individuo a non amarsi, tra questi sicuramente ci sono i sensi di colpa dovuti a un’educazione rigida, le cure parentali costituiscono per l’individuo la prima forma di amore nei propri confronti e paradossalmente la ragione per la quale molti non si amano, è perché non hanno imparato a farlo, non gli è stato insegnato.
A tal proposito faccio riferimento alla teoria dell’attaccamento di J. Bowlby, quest’ultimo definì l’attaccamento affettivo come il risultato di un sistema di schemi comportamentali introiettati nell’infanzia e determinato in larga parte dalle modalità con cui il bambino è trattato dalle figure genitoriali ed educative di riferimento.
Qual è il senso di queste parole?                
Il senso è che il modo con cui il bambino e in futuro l’adulto,  si relazionerà con se stesso e con gli altri dipende dal modo in cui egli stesso sarà stato accolto dai genitori e in generale da tutte quelle figure adulte che sono state un riferimento educativo per la sua vita. Questo schema comportamentale Bowlby lo chiama base sicura, proprio perché tali figure sono per il bambino un porto, un luogo dove egli impara a stimare se stesso e a costruire la sicurezza di se e del mondo che lo circonda. Questo processo per Bowlby riguarda i primi 12 mesi di vita che andranno a costruire l’intera vita del soggetto e  attraverso una serie di esperimenti giunse alla seguente conclusione schematizzata:
ATTACCAMENTO SICURO – il bambino ha sviluppato fiducia nella presenza stabile della madre, da cui si sente contenuto, accolto e motivato all’esplorazione. E’ un bimbo sereno, che, rispecchiandosi in lei, ha maturato fiducia in sé e nelle proprie risorse.
ATTACCAMENTO ANSIOSO/AMBIVALENTE – il bambino è passivo, esplora poco, ha bisogno costantemente di essere accudito. E’ introverso, timido e compiacente per essere accolto. Si mostra costantemente angosciato a causa dell’incostanza della madre disponibile in modo discontinuo o incoerente, offrendo ad esempio un accadimento anaffettivo, e si aggrappa a lei temendo l’abbandono.
ATTACCAMENTO EVITANTE - Alterna momenti di indipendenza a momenti in cui si affanna a cercare la madre. L’indifferenza ed il mancato contenimento di lei non permettono al bambino l’elaborazione degli affetti negativi nei suoi confronti, quali (dolore, rabbia..) che, scissi da quelli postivi, vengono ben presto incanalati in ambito sociale (atteggiamento ribelle e contestativo) o rimossi.
ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO – l’ultimo tipo di attaccamento descritto da Bowly origina da gravi mancanze della madre (violenza, maltrattamenti, abusi) che generano personalità borderline o psicotiche.
Bowlby  afferma  che nel momento in cui il bambino non percepisce il contenimento materno, cioè di essere amato e protetto da questa  figura, sviluppa  delle condotte antisociali, per cui se un bambino percepisce sentimenti di rifiuto, indifferenza o assenza affettiva manifesta disagio, il quale disagio se non è appunto contenuto e elaborato,  produce dei sentimenti anti sociali derivanti proprio dal proprio disagio e dall’incapacità di gestire questi vissuti negativi.
Riporto di seguito i risultati delle ricerche di Bowlby:
Dall’attaccamento sicuro sviluppa un tipo di personalità confidente in se stessa, capace di rapportarsi agli altri, di fidarsi ed affidarsi senza timore dell’abbandono, base sicura in se stessi introiettata, non spaventata dalla minaccia di poter subire intrusioni.

Dall’attaccamento ambivalente origina una struttura di personalità insicura, bisognosa e possessiva. Spesso dipendente ed affamata d’amore; restia ad ogni confronto per paura di perdere l’altro e dunque poco assertiva. Costantemente alla ricerca di conferme esterne alla propria autostima e tendente alla confluenza affettiva.

Dall’attaccamento evitante genera un limitato bisogno di attaccamento unitamente ed una grande autonomia affettiva che può sfociare nella difficoltà ad entrare in contatto autentico o in intimità con l’altro.
Alla luce di quanto detto possiamo comprendere che il modo in cui siamo stati amati o abbiamo percepito l’amore rispecchierà le nostre modalità comportamentali. Tutte le persone che hanno difficoltà ad instaurare una relazione con l’altro, sia esso un compagno di vita o di avventure, un confidente o un conoscente sarà dovuto al modo in cui egli sarà cresciuto e avrà percepito l’amore.
Ci sono due modalità relazionali opposte e disfunzionali che derivano dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby, queste sono il narcisismo e il dipendente affettivo. Il primo è il risultato di un amore disatteso e deluso, l’esser privati di accudimento e protezione porta il soggetto a sviluppare dei comportamenti che possano rinsaldare l’insicurezza e il timore del rifiuto. Questi sono la soppressione del proprio bisogno affettivo, adottando atteggiamenti evitanti o viceversa vivere un’esistenza alla continua ricerca di un oggetto ideale di amore, o ancora avendo un se incapace di entrare realmente in contatto con l’altro.
Il dipendente affettivo è colui che ha sperimentato un affetto insufficiente ha difficoltà a separarsi dalle figure parentali di riferimento per cui tenderà a sviluppare relazioni soffocanti tese a racchiudere l’altro e a tenerlo esclusivamente per se.
Abbiamo visto fin qui le motivazioni che inducono gli individui a non saper instaurare relazioni con gli altri, ora vediamo cosa possiamo fare per attuare in noi un cambiamento.
Anzitutto devo dire che per modificare questo stato delle cose è necessario esserne consapevoli, avere coscienza che dentro di noi ci sono delle zone ombra che ci impediscono di avvicinarci agli altri e di relazionarci con loro. E’ difficile sicuramente, perché vuol dire ammettere un fallimento che sebbene non dipenda da noi ci fa stare male. Il senso di colpa inoltre, che deriva dall’inadeguatezza, costituisce uno degli impedimenti più cogenti esperiti dall’individuo. La psicoterapia costituisce un aiuto fondamentale per aiutare il soggetto a ricostruirsi e a elaborare il tutto.
Due elementi permettono al soggetto di amarsi, questi sono costituiti dall’autostima, cioè la percezione del valore che abbiamo indipendentemente dai difetti che ognuno di noi ha, comprendendo soprattutto che anche questi fanno parte del nostro essere e che prima lo accettiamo meglio è e dalla fiducia in se stessi. Stima e fiducia comprenderete, dalla teoria di riferimento che ho preso, derivano anch’essi dal modo in cui siamo cresciuti, ma avendo consapevolezza di ciò possiamo intraprendere un cammino che ci porti a vivere meglio e a superare il tutto. Prima ho detto accettare, l’accettazione a mio avviso costituisce un passo importante per l’autostima e la fiducia, abbiamo il mito della perfezione, della superlatività. Le persone che incontro nel quotidiano mi chiedono come fare per raggiungere un equilibrio, io ritengo che il punto essenziale sia accettare che si possa essere sprovvisti di equilibrio in alcuni istanti della vita, che non necessariamente dobbiamo essere equilibrati alla perfezione, ma accettare i nostri alti e bassi, il nostro modo di essere e cercare quelle aree da migliorare che ci permettano di andare avanti.
Un altro elemento fondamentale per il nostro percorso verso l’amore di se stessi è il rispetto che dobbiamo avere per noi, dobbiamo imparare che le nostre scelte riguardano solo ed esclusivamente noi, le nostre azioni devono essere volte al nostro benessere psicofisico. Qui qualcuno potrebbe dire allora dobbiamo essere egoisti? Il concetto di egoismo è ambivalente, se per egoismo intendiamo il nostro benessere a scapito altrui, allora è ovvio che la risposta sia no, ma se per egoismo intendiamo fare delle scelte libere allora la risposta è sì. Si parla, infatti, di un sano egoismo, dove per egoismo s’intende il significato principe del termine …  significa se stesso … metterci al primo posto nella scala dell’amore non vuol dire non amare gli altri, ma ripeto se non amiamo prima noi stessi, se non ci rispettiamo, se non facciamo scelte che ci fanno stare bene, non saremo mai in grado di poterci relazionare con l’altro. Amore è libertà di espressione, è capacità di donare a se e agli altri il proprio mondo interiore.

Concludo con una frase nella quale credo molto:
L’amore non è qualcosa che possa essere confinato, si può tenere nella mano aperta, ma non nel pugno chiuso: appena si chiudono le mani esso si dilegua.  Osho … Alla prossima
Rosaria Uglietti


sabato 15 ottobre 2011

Difendersi da un T.S.O






La volta scorsa ci siamo salutati con la legislazione del T.S.O. trttamento sanitario obbligatorio e dandoci appuntamento per riprendere il discorso e mostrare al lettore gli strumenti a nostra disposizione per difenderci da un eventuale ricovero coatto.

Gli individui hanno alcuni strumenti difendersi da un T.S.O, anzitutto ricordo che il sindaco emana il provvedimento, una volta avvenuta l’emanazione di questo, entro quarantotto ore la notifica deve essere convalidata dal giudice tutelare, la mancata convalida fa decadere in automatico il provvedimento. Il giudice tutelare ha la funzione di tutelare i cittadini, purtroppo nella realtà bisogna dire che raramente svolge tale funzione, il più delle volte il controllo è solo formale. Notificato il provvedimento e portato in S.P.D.C, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, in sostanza l’individuo perde i suoi diritti di libertà, tuttavia ci sono alcuni diritti che molto spesso lo stesso soggetto non sa di avere. Ciò costituisce il fondamentale motivo per il quale i soggetti ricoverati con provvedimento coatto si rimettono ad esso senza tentare alcun ricorso. Il primo e più importante dei diritti dell’individuo è poter fare ricorso nei confronti di tale provvedimento e soprattutto che questo diritto è esteso non solo al soggetto imputato, ma anche a chi gli è vicino. Il ricorso deve essere presentato al sindaco e qui vi riporto un elemento sconcertante della nostra realtà burocratica, il ricorso può essere presentato entro dieci giorni, ma il limite massimo di un T.S.O è di sette giorni, che poi si prorogano di sette in sette e questo fa si che l’individuo il più delle volte perda la propria libertà. Il ricorso sarebbe utile presentarlo entro le prime quarantotto ore e darne copia anche al giudice tutelare, affinchè questi possa esercitare la suo funzione di controllo. La notifica costituisce anch'essa uno strumento importante per sottrarci ad un T.S.O, ogni qual volta ci accade che qualcuno ci intimi di seguirlo, assumere una terapia o entrare in un reparto, noi abbiamo la possibilità di rifiutarci; non possiamo esimerci solo ed sclusivamente in presenza di una notifica.
Ricorderete inoltre, dalla volta scorsa, che un utente in T.S.O ha diritto di poter comunicare con tutte le persone della propria vita, ciò nella realtà non è mantenuto. Molto spesso osserviamo operatori psichiatrici che fanno credere agli utenti di non avere diritti e soprattutto fanno credere loro che per la condizione psicologica in cui si trovano siano giustificati comportamenti lesivi nella loro persona, quali le violenze fisiche o psicologiche. Ricordiamo i letti di contenzione che ancora oggi sono utilizzate nei confronti dell’utenza psichiatrica e che non trovano giustificazione alcuna se non limitata alla somministrazione di una terapia e non come punizione. Ogni giorno in O.P.G, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, gli utenti mi raccontano ciò che hanno subito durante la loro vita da utenti psichiatrici e nei loro occhi si scorge terrore. Riguardo la terapia farmacologica, se è pur vero che in regime di T.S.O l’utente non può esimersi dal sottoporsi ad essa, faccio presente al lettore che ogni persona ha il diritto di essere informato riguardo la prescrizione dei farmaci che prende e soprattutto che ha il diritto, qualora ritenga che tale terapia sia lesiva di poterlo far presente al responsabile della struttura di riferimento. Questi sono gli strumenti che ogni individuo può utilizzare a propria difesa, inoltre informo il lettore che ci sono anche molti movimenti antipsichiatrici a tutela del cittadino, nonchè il telefono viola. Vi saluto e vi dò appuntamento per nuove informazioni. Alla prossima
Rosaria Uglietti