domenica 17 giugno 2012

Luce riflessa ...


In quest’ultimo periodo sono stata lontana dalla rete per una serie di circostanze personali, ritorno e mi rendo conto che nulla è cambiato, anzi il mondo peggiora e noi non ce ne rendiamo conto. Siamo troppo presi dalle nostre problematiche, troppo coinvolti in questioni personali, per renderci conto di quello che ci accade intorno. Faccio ammenda e richiamo in primis me stessa.  Mi rendo conto, tutte le volte che leggo alcuni articoli, che l’ipocrisia ci circonda in maniera nauseante. Ho appena letto un articolo che riguarda un internato dell’O.P.G. di Aversa, una persona che conosco benissimo, poiché l’incontro tutti i giorni. Michele, la persona di cui parlo, è realmente un anziano signore di 84 anni; la prima volta che lo vidi, beh anch’io mi chiesi cosa ci facesse ancora rinchiuso, essendo egli anziano, avendo un’andatura lenta e di sicuro non potendo essere considerato, a un occhio poco attento, una persona pericolosa. Beh io, a suo tempo, ho chiesto informazioni giudiziarie in merito e posso dire che la legge italiana è del tutto aberrante in alcuni casi, se purtroppo esiste una condanna, questa non fa riferimento a quanto una persona possa invecchiare, a quanto questa possa nel tempo diventare una figura quasi inerme. Michele fa tenerezza, tuttavia non è rinchiuso in cella, poiché è detenuto nel reparto 9, unico completamente assorbito dall’Asl. E’ spesso in cortile ed io ci colloquio nel quotidiano. Io non sono qui a difendere l’O.P.G. di Aversa, di cui è risaputo, esser il luogo in cui lavoro, bensì a rilevare quanto, ancora una volta si colga l’occasione di utilizzare delle storie che toccano il cuore per brillare di luce riflessa. Michele certo fa tenerezza, beh ma io mi chiedo allora se queste persone fanno tenerezza, se proviamo empatia nei loro confronti, per quale motivo, la politica italiana continua a regredire in materia di sanità mentale? Per quale motivo non si pongono in essere tutti gli strumenti a nostra disposizione per far si che il malato di mente possa vivere dignitosamente? Sono state apportate delle modifiche alla legge Basaglia, l'unica che aveva l’intento di restituire dignità al malato di mente e che non solo non è stata mai applicata, ma addirittura si modifica nelle sue parti essenziali per continuare a toglier dignità all’essere umano. Tutto ciò fa male a chi fa della salute mentale una ragione di vita e non un mero lavoro su cui lucrare. Lungi da me incorrere in un buonismo del tutto fuori luogo, vorrei semplicemente che si avesse l’obiettività di riconoscere quante contraddizioni e ipocrisie circondano, ancora oggi tale materia. Non sta a me giudicare il corso della giustizia, è giusto che un individuo che abbia commesso un reato subisca la giusta punizione, tuttavia mi chiedo perché non si considerano anche i diritti umani. I reati son tali e come giusto che sia devono essere puniti e di certo alcuni reati violenti fanno ribrezzo in primo luogo a me. Io, mi chiedo, comunque, perché si facciano delle valutazioni approssimative, perché non si da uno sguardo alla condizione mentale del reo e soprattutto perché molti eventi non si prevengano. Il lettore potrebbe pensare che queste mie parole siano dettate dall’esser coinvolta nell’argomento e non lo nego, ma voglio ricordare che una giusta prevenzione e considerazione della salute psicofisica dell’individuo potrebbe evitare molte circostanze ed eventi nefasti. Si parla sempre di chiusura degli O.P.G., si parla delle condizioni aberranti in cui vivono gli internati e i detenuti, ma non sento in alcuna situazione, l’intenzione di porre rimedio a tutto ciò. La voglia di porre in essere soluzioni soggettive che possano tenere in considerazione prima di tutto l’individuo, la sua patologia e soprattutto, ove possibile, l’inserimento nel tessuto sociale. E’ troppo facile additare il malato, è comodo rinchiuderlo e celarlo ai nostri occhi, per tirarlo fuori nei momenti opportuni affinché la cittadinanza si illuda di esser protetta. Protetta da cosa, questo ovviamente non è dato saperlo. Le nostre paure ci intrappoleranno sempre se non smetteremo di mettere la testa sotto la sabbia e non capiremo che la conoscenza è e sarà sempre l’unico strumento per vivere e far vivere meglio il mondo. Io vi saluto con l’amaro in bocca di chi nel quotidiano osserva e si rende conto che si potrebbe fare tanto e lo si evita per evidenziarlo nei momenti di tornaconto personale di molti. Alla prossima …

 Rosaria Uglietti

martedì 1 maggio 2012

Da una conversazione virtuale

Ieri ho avuto la fortuna di interagire con una lettrice della mia pagina di facebook, è sempre un piacere per me farlo, costituisce lo sprono per migliorare me stessa e la visione che hanno gli altri della mia professione. Le sue parole mi hanno rincuorato, una persona che ha avuto il coraggio di incontrare il proprio dolore. Io ne parlo spesso di quest’argomento e della nostra capacità di accettarlo e di incontrarlo, ne faccio il perno principale di tutti i miei incontri. Le persone hanno paura di soffrire, del proprio dolore e di ciò che sentono dentro, in questo modo non fanno altro che acuirlo e sedimentarlo dentro se. Tutte le volte che noi scappiamo davanti alla sofferenza, la rendiamo più forte, ma in quel momento non ce ne rendiamo conto, perché il dolore è cosi grande che ci blocca e ci rende inermi. Cresciamo sentendoci dire di dover essere forti, ma esser tali non vuol dire negare la propria emotività, le proprie tristezze o ancor peggio i propri dolori, esser forti vuol dire, a mio avviso, riuscire a vivere con la consapevolezza che nella vita non possiamo gestire gli eventi, o prevenire le sofferenze, ma possiamo imparare ad attraversarle e a renderle una parte del nostro cammino. Imparando ciò, capiremo che siamo in grado di affrontare la vita con uno strumento in più e con una consapevolezza tale da rendere meno faticoso il nostro percorso di vita. Molte volte, al versante opposto, sento dire che bisogna sempre ridere, anche in questo caso non condivido tale visione, perché ridere quando si è tristi, ancora una volta vuol dire fuggire e anche in quel caso si rende la sofferenza più forte, perché non è esperita in tutta sua pienezza. Credo che l’unica cosa davvero saggia che potremmo fare è accettare la nostra umanità, imparare a non allontanare i dolori o le emozioni che ci recano disagio e soprattutto spogliarci delle nostre corazze, quelle servono solo a imprigionare il nostro animo. Buona giornata a tutti, alla prossima ...


Rosaria Uglietti


venerdì 6 aprile 2012

Riflessioni sulla mia professione

Ieri  sera guardavo la tv, cosa che faccio molto di rado ho visto una puntata di Private Practice, una psicologa che non può esercitare la professione e un uditore di voci che ha smesso di prendere i farmaci perché si è sentito abbandonato. Non sono qui a spiegare l’intera puntata, sebbene sia pregna di spunti interessanti quali la paternità, l’eutanasia, ovviamente da psicologa ciò che mi ha colpito è la sensazione che a volte noi psicologi proviamo nei confronti di chi ci sta vicino e di quello che possiamo dimostrare o no a proposito del ruolo che abbiamo e a ciò che gli altri si aspettano da noi. Per lungo tempo lo psicologo è stato visto come quel professionista immune a una qualsiasi emozione che aveva lo scopo di salvare gli uomini, chi non doveva dimostrare affetto o debolezza nei confronti dei propri assistiti. Fortunatamente col tempo questa visione è un po’ svanita ma ahimè non del tutto. Quante volte in preda alla rabbia ci sentiamo dire che non possiamo permetterci di avere una tale reazione proprio noi, non capendo che in primis anche noi siamo esseri umani e come tali fragili e imperfetti. Ciò che può differirci dagli altri è la capacità di non lasciarci trascinare nel buio del dolore sia esso un nostro aspetto sia quello di un nostro paziente, ma sarebbe un grosso errore pensare di dover essere immuni al dolore altrui. Nel mio breve percorso professionale ho incontrato colleghi di ogni tipo, da quelli di vecchio stampo freudiano i quali ostentavano una freddezza e un dissenso della mia umanità ed empatia, passando per i sistemisti i quali enfatizzavano il ruolo della famiglia per giungere ai fenomenologi i quali danno importanza al vissuto corporeo delle emozioni ed è in questi che mi sono ritrovata. Ho preso parte a gruppi in cui noi professionisti ci siamo confrontati con il nostro dolore e quello dei pazienti mostrandoci e questo mi è servito per imparare ad affrontare me stessa e gli altri. Come dicevo in precedenza, spesso il nostro limite è dato dal timore che gli altri possano osservare le nostre fragilità e di esse farne un’arma, la nostra professionalità deve metterci in grado di osservare i nostri dolori e farne uno strumento di aiuto per quello altrui. Ho imparato una nozione fondamentale in uno di questi gruppi dal loro conduttore, Ludovico Carnile, il quale mi ha insegnato a guardare il mio dolore a non fuggirne e a usarlo per aiutare gli altri, mi ha insegnato a guardare i miei lati oscuri, le mie zone d’ombra per non temerle e per far risplendere la luce che era dentro di me. Oggi lavoro in O.P.G., come qualcuno ormai sa da qualche tempo e mi relaziono con la disperazione, con i dolori e con l’ipocrisia della nostra società, il mio punto di forza è caratterizzato dal mettere il mio vissuto a disposizione degli altri. Tempo fa risentivo di quello che gli altri pensavano di me, della mia fragilità, del mio essere una persona dotata di emozioni. Mi sono spesso chiesta quanto fosse giusto che gli altri potessero sapere quello che sentivo, oggi penso che la mia umanità costituisca la mia arma per comprendere gli altri, che la mia rabbia, se ben canalizzata può essere una valvola di sfogo per me stessa e soprattutto che dentro e fuori del lavoro sono una persona con sentimenti ed emozioni. Ciò che non devo fare ovviamente è lasciarmi trasportare dalle emozioni, ma utilizzarle per aiutare chi mi è di fronte. Per arrivare a ciò ovviamente ho fatto un percorso ed è ciò che consiglio alle persone che incontro, sia nella vita privata sia nel lavoro. Tutti noi abbiamo dei vissuti che ci hanno segnato e dobbiamo imparare a fare di essi uno strumento per questo meraviglioso percorso che è la vita. A volte la stanchezza mi prende, la sensazione d’impotenza mi pervade, perché vorrei fare molto di più e perché mi rendo conto che c’è ancora tanta, troppa strada da fare in questo mondo, affinché la malattia mentale sia considerata una possibilità dell’essere umano. Noi psicologi siamo persone e per tale motivo capaci di sentimenti e rabbia, non stiamo sempre lì ad analizzare gli altri e non tutte le nostre osservazioni derivano da un’analisi. Abbiamo semplicemente degli strumenti in più per comprendere gli altri, una prospettiva più ampia, perché attraverso la sospensione del giudizio, dobbiamo essere in grado di spostare la nostra visione e la nostra prospettiva per comprendere e accogliere l’altro. Riporto di seguito il video del telefilm in questione, perché non sempre la tv è spazzatura e perché in questo è ben presentato il senso di impotenza di cui ho parlato in precedenza e di quanto chi ci chiede aiuto ha bisogno della nostra presenza e della nostra umanità. Vi auguro una buona visione e vi do appuntamento ad un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti
http://www.nowvideo.eu/video/btdna23cgry71

domenica 1 aprile 2012

Lavorare in O.P.G.


La prima volta che entrai in O.P.G. ricordo che il cuore mi batteva fortissimo, ero emozionata, spaventata e soprattutto felice, stavo realizzando un sogno. Ricordo i primi giorni di lavoro, il primo soprattutto, entrai in un ufficio e dall’altro lato c’era chi mi accolse con entusiasmo, lasciandomi alquanto interdetta; io che non amo le forze dell’ordine, che prima di allora ero entrata in O.P.G. con gli ospiti del gruppo appartamento in cui lavoravo e che ero sempre stata accolta con sgarbo… I primi giorni in O.P.G.  erano strani, giravo per i cortili e i reparti, sentivo voci dalle sbarre che mi chiamavano, io rispondevo a quelle voci senza rendermi conto che per la sicurezza questo mio comportamento era sconveniente. Una dottoressa che da confidenza agli internati, la cosa mi ha dato non pochi problemi, fino a discutere con un membro della sicurezza che non apprezzava la mia voglia di fare. Con il trascorrere del tempo gli internati hanno iniziato a conoscermi e sempre più le voci dalle sbarre aumentavano, ma allo stesso tempo qualche membro della sicurezza che non vedeva più in me qualcuno che volesse sottrargli il lavoro ha iniziato a collaborare.  C’è un gran mistero nei confronti degli O.P.G., domande, curiosità, informazioni che spesso i mass media tendono a distorcere, allo stesso tempo si potrebbe fare molto ma molto di più. In questi mesi si sta tentando di restaurare la struttura che aveva bisogno di manutenzione, ci sono state visite del TG1 di recente, ma come in ogni luogo c’è chi ama il suo lavoro e lo esegue con passione e chi invece ha tanti di quei pregiudizi che mi chiedo cosa faccia in quel luogo. La suddivisione dei ministeri non aiuta, c’è un continuo scarico di competenze e di responsabilità. Si avvicina il tempo in cui dovrebbero essere chiusi, ma nella realtà non ci sono valide alternative, sarebbe bello se invece di perdere tempo alla ricerca di soluzioni esterne si riqualificassero le strutture già esistenti, si facesse una bella selezione del personale, confermando coloro che sono realmente motivati e soprattutto se le ASL rispettassero i pagamenti. C’è da dire, infatti, che non è semplice lavorare senza la certezza di un pagamento alla fine del mese, devi essere fortemente motivato a restare per reggere una situazione del genere. Le soluzioni sarebbero innumerevoli e a mio avviso anche efficaci, ma c’è qualcosa a noi nascosto che impedisce la soluzione del tutto e nel frattempo chi ci rimette sono gli utenti. Le frustrazioni di gran parte del personale è su questi ultimi che si ripercuote ed io non credo sia giusto, che colpe hanno essi se la burocrazia è mal funzionante e se ci sono persone che non amano ciò che fanno? In molti restano interdetti quando riferisco il luogo in cui lavoro, ma io l’amo quel luogo, le persone che ci sono dentro e tutto ciò che comporta trascorrere delle ore con loro. Ci sono giorni in cui la stanchezza ti prende, in cui ti senti il burattino tirato dai fili della politica e dei sotterfugi, ma contemporaneamente è bello vedere quando la tua presenza porta un sorriso, quando grazie a te c’è qualcuno che può trascorrere delle ore all’aria aperta. Quante e ancora tante cose potrebbero essere fatte, milioni di progetti e d’idee e mi auguro sempre di vedere realizzate e nel frattempo nel mio piccolo provo a portare un po’ di luce in un mondo fatto di grigiore e cupezza e di vite che sono ricche di sofferenza. A volte, invero, ci si dimentica che chi popola gli O.P.G. è un insieme di persone eterogenee, fatto d’individui con patologia psichiatrica, spesso abbandonati dalle famiglie e che hanno il timore di uscire da lì, che temono per la chiusura degli stessi. A essi si aggiungono coloro che hanno commesso reati, alcuni dei quali recidivi, altri che provano a riqualificare la propria vita, ma non è facile. Sanno bene che ormai sono marchiati e che la società non perdona. Lo dico sempre che il cambiamento deve avvenire nelle menti e poi posto in essere.  Chissà se un giorno questo si avvererà, in alcuni istanti sembra tutta un’utopia, se la mente vola a Franco Basaglia, se penso che gli abitanti della struttura protagonista del film “Roba da matti” siano stati sfrattati, mi sento impotente, poi mi fermo un attimo, raccolgo le forze e vado avanti, perché sono sicura che Basaglia così avrebbe fatto e perché è ciò in cui credo. Io vi saluto e vi do appuntamento a un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti




mercoledì 28 marzo 2012

Donne e violenza

Il continuo susseguirsi di violenze nei confronti delle donne mi ha spinto a chiedermi cosa stia accadendo, se è la società più violenta o forse semplicemente si ha di più il coraggio di denunciare, in ogni caso cosa porta alla violenza di genere?

La violenza di genere è un comportamento abusivo che si perpetua nei confronti di un altro individuo del sesso opposto, contrariamente a quanto si possa credere, non esiste solo violenza nei confronti delle donne ma anche degli uomini.

Anzitutto definisco il concetto di violenza nei confronti della donna prendendo in prestito la definizione utilizzata dall’art. 1 della dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 il quale definisce violenza contro le donne:

“Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, di coercizione privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica sia in quella privata.”

Mi concentrerò maggiormente sulla violenza nei confronti delle donne, perché come asserito in precedenza, le donne sono maggiormente colpite da questo fenomeno, tuttavia, ricordo al lettore che alcuni comportamenti, con le dovute distinzioni ovviamente, sono perpetuati anche nei confronti degli uomini. Ricordo ancora, che tali comportamenti sono perseguibili giuridicamente e riporto, inoltre, di seguito i tipi di violenza cui un individuo può essere sottoposto:

Violenza fisica: qualsiasi forma di aggressività e maltrattamento contro le donne, contro il loro corpo e le cose che a loro appartengono. Tale comportamento è posto in essere di solito per indurre la donna al ruolo di sottomessa.

Violenza psicologica: forma di aggressività verbale o fisica che colpisca la dignità personale, mancanza di rispetto e atteggiamenti che ribadiscano la subordinazione e l’inferiorità della donna stessa.

Stalking: Persecuzioni e molestie assillanti che hanno lo scopo di indurre una persona allo stato di allerta, di emergenza e di stress psicologico. Tale comportamento si ritiene di solito messo in atto da sconosciuti, in realtà, anch’esso, come le forme di violenza in genere preposte contro le donne, possono essere compiute da familiari, o compagni in genere, che temono di essere abbandonati o ancora, per risentimento dopo la fine di una relazione.

Violenza sessuale: imposizione di coinvolgimento in attività e o rapporti sessuali senza il consenso, sia all’interno sia al di fuori di una coppia. La violenza sessuale comporta aggressioni fisiche quali lo stupro, il tentativo di stupro, lo stupro di gruppo, in cui la donna è costretta ad avere rapporti sessuali con una o più persone estranee o meno, che non accettano il rifiuto della donna. Riguardo alla violenza sessuale, rammento al lettore che molto spesso si confonde la violenza sessuale con la violenza carnale e quindi con lo stupro nello specifico o ancora, lo stupro con l’abuso. Quest’ultimo, al pari della violenza nei confronti di un individuo costituisce tutti quei comportamenti fisici e psicologici perpetuati nei confronti di una persona senza il suo consenso e volti a creargli danno. Faccio presente ancora, che l’abuso sessuale intra familiare è la forma di violenza sessuale più frequente e riguarda appunto tutte forme di violenza sessuale in cui il carnefice è un membro interno o vicino alla famiglia. Uno sguardo alle statistiche conferma tali parole se pensiamo che solo un quarto delle violenze avvenga per strada e che nel 18% il carnefice sia uno sconosciuto. Su 4 abusi sessuali, posti in essere o tentati, in 3 casi l’abusante è un familiare, amico o parente.

La violenza, come sostenuto in precedenza, è un crimine, ma continua il più delle volte a essere considerata da istituzioni sociali e dallo Stato come una questione privata e soprattutto da tenere nascosta. Un altro mito da sfatare è che la violenza nei confronti delle donne sia circoscritta a regioni specifiche e classi sociali tipiche, niente di più falso. Uno sguardo al rapporto presentato al Comitato per l’uguaglianza tra uomini e donne del consiglio europeo evidenzia quanto almeno 1 donna su 5 subisca nella sua vita uno stupro, un tentativo di stupro e 1 su 4 esperisce la violenza da un partner o ex partner e quasi tutte le donne sono state oggetto di molestia sessuale.

Alla luce di tutto questo provo a dare qualche risposta a quelle domande che sovente ci poniamo leggendo un articolo di giornale, osservando il telegiornale o in genere nelle chiacchiere quotidiane che avvengono alla conoscenza di una violenza. Quali sono i meccanismi che possono scattare nella mente di un uomo per perpetrare violenza nei confronti di una donna? La risposta non è semplice ed è anche multifunzionale, cioè riguarda vari aspetti, culturali, psicologici, educativi, per cui la violenza di genere è un argomento multidisciplinare se così si può definire. Ciò può essere confermato dando un semplice sguardo alla legislatura o anche alla religione, entrambe assumono un certo comportamento aggressivo e di sottomissione nei confronti della donna. Riporto di seguito la storia giuridica che riguarda non solo le forme di violenza perpetrate nei confronti delle donne ma anche il suo ruolo sociale.

Va anzitutto rammentato che il diritto di voto delle donne è relativamente recente, esso risale al Dlgs 10/1271945, emanato per dar loro modo di votare ai referendum del 2 giugno 1946 e che queste hanno avuto accesso alla carriera in magistratura con la legge n 66 del 9/2/1963.
Teniamo presente oltretutto, che solo nel 1968 con la legge n.126 del 19/12 è stato dichiarato illegittimo l'art. 559 del codice penale, il quale puniva l'adulterio della donna coniugata, mentre quello dell’uomo restava impunito. Ciò rende chiaro quale fosse il ruolo relegato alle donne nella società. Solo piano piano e con lotte sociali le cose sono un po' cambiate, anche se le cronache ci dimostrano quanto ancora si debba fare. Un’importante modifica che bisogna rilevare è quella apportata con la legge n.442 5/8/1981 che abroga gli articoli del codice penale riguardanti i delitti di onore, ovverosia l'articolo 578 che riguarda l'infanticidio e il feticidio a causa dell’onore, l'art. 592 che riguarda l'abbandono di neonato per causa di onore. L’art. 551 che riguarda l'aborto per causa d onore. Le pene date a chi commetteva tali reati erano irrisorie, si teneva in alta considerazione lo stato sotto di cui questi delitti erano commessi, cioè si dava più importanza al disagio che provava l'autore del delitto d'onore, che alla cruenza del delitto in se e nei confronti della persona cui esso era perpetrato. Esisteva, infatti, l’art 587 riguardante l’omicidio e la lesione personale a causa d'onore, dove quest'ultima era un’attenuante di altissimo valore di fronte all’illegittima relazione carnale del coniuge, della figlia e della sorella, idonea a ledere l'onore della famiglia; tutto ciò ovviamente era inesistente per l’uomo.
Le pene riguardanti nello specifico i reati sessuali sono rintracciabili nel nostro codice penale al capitolo Dei delitti contro la libertà sessuale. Rileviamo, per quanto riguarda le violenze nei confronti della donna, che fino al 1996 si parlava di reati morali e contro il buon costume e non contro la persona e la libertà individuale, tale passaggio è avvenuto nel 1996 con la legge n. 66 che ha sancito tale passaggio. Nel 2001, la legge n. 154 Misure contro la violenza nelle relazioni familiari, prevede l'allontanamento del membro violento per via civile o penale e misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza. In fine la legge del 2009 sullo stalking e la molestia.
In seguito a quanto detto finora, è possibile affermare che la violenza di genere possa essere considerata un assunto sociale, poiché gli uomini l’hanno usato  e la usano per i motivi più diversi, i quali vanno dal mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne o per bloccare un regresso su questo potere. Possiamo, inoltre, osservare, dopo la digressione giuridica dovuta a chiarire il quadro in cui la violenza possa essere resa esplicita, che la violenza di genere per lungo tempio sia rimasta sopita perché facente quasi parte di un costume sociale in cui la sottomissione della donna era sancita anche a livello giuridico.
L’aspetto giuridico e sociale rende chiaro che la violenza di genere abbia delle radici molto profonde che vanno ricercate essenzialmente in quella che è la nostra storia e la nostra cultura o meglio, la cultura del mondo. La donna da sempre è stata considerata un oggetto sul quale esercitare potere, per cui non desterà stupore al lettore sapere che fondamentalmente non ci sono categorie specifiche di maltrattatori, questi ultimi non possono essere relegati in alcuna categoria compresa in età, razza, ruolo sociale o come molti ritengono categorie psichiatriche. Ciò rende il fenomeno ancora più intricato da risolvere, perché fondamentalmente una categoria psichiatrica potrebbe farci trovare una soluzione. Un problema radicato nella cultura è molto più difficile da estirpare. Bisogna, infatti, sottolineare che non necessariamente chi ha subito violenze da piccolo diventi un violento da adulto. Studi sulla personalità dello stupratore, invero, evidenziano che lo stupro e l’abuso in generale, soddisfi bisogni non sessuali, ma volontà di potenza e rabbia. Mi sono volutamente soffermata su aspetti giuridici e sociali per sfatare un grosso mito che riguarda la violenza di genere, sovente essa viene attribuita a soggetti che hanno delle disfunzioni sessuali o psichiatriche, il che placa le coscienze di molti, evidenziando che la soluzione o la prevenzione sia difficile da attuare poiché dovuta a presunti raptus di follia. Niente di più falso. E’ il mondo in cui viviamo che giustificando l’aggressività e relegando la donna a ruoli secondari, implicitamente giustifica un qualsiasi atto di violenza nei suoi confronti.  Ho in precedenza affermato che gli abusanti difficilmente hanno disfunzioni sessuali, i disturbi che hanno sono certamente legati alla sfera affettiva, al non sentirsi degni dell’amore altrui e soprattutto a non riuscire ad accettare un rifiuto o un abbandono e tali scompensi sono legati a disfunzioni nella personalità, ma che ripeto non sono legati a disfunzioni sessuali. Io vi saluto auspicando che questi atroci atti di violenza, che la continua aggressività inducano le menti di coloro che ci governano a trovare soluzioni e che soprattutto si educhino le persone al rispetto altrui, nei confronti di ogni essere vivente, qualunque categoria di razza o sesso appartenga … Alla prossima …
Rosaria Uglietti








lunedì 26 marzo 2012

Una giornata speciale


Oggi voglio raccontarvi qualcosa di positivo che è accaduto questo sabato appena trascorso. In genere racconto episodi tristi che riguardano gli internati dell’O.P.G. di Aversa, oggi voglio raccontarvi del pranzo avvenuto presso il chiostro di S. Francesco in Aversa, offerto dalla CONFESERCENTI. Il tutto probabilmente è avvenuto per le imminenti elezioni che ci saranno, tuttavia, per una volta voglio considerare non il fine ma il mezzo. Arrivata in O.P.G alle 12, vado alla sezione matricola per presentare i documenti e sbrigare le pratiche burocratiche per l’assegnazione dell’internato. Sono usciti circa 15 internati, alcuni volontari non si sono presentati, ma ripeto questa volta sono qui a raccontarvi la gioia di quella giornata sui volti di quelli che in genere sono gli ultimi della società. E’ stato un bel pomeriggio, è stato stupendo vedere quei volti gioiosi, ma ciò che mi ha colpito soprattutto è avere la possibilità, ancora una volta, di poter dire che qualcuno che rispetta costoro c’è. Di solito io sono qui a raccontarvi di sicurezza indifferente, di personale sanitario poco preparato, ma c’è qualcuno in O.P.G. il cui sguardo s’illumina ogni volta che si rivolge agli altri e allo stesso tempo, illumina i volti delle persone cui si rivolge. Questa persona è il capo dell’area trattamentale ed è colui che mi ha fatto ricredere sull’arma. Mi piacerebbe che ci fossero più agenti con il suo spirito, con il suo sorriso, ma a volte è bello anche solo sapere che ci sia almeno uno che fa del suo meglio nello svolgimento delle ore lavorative. E’ stata la prima caratteristica che ho osservato in quest’agente fin dal primo giorno in cui ho messo piede in O.P.G., il suo entusiasmo, la sua giovialità messa a disposizione, anche se facciamo parte di due ministeri differenti e se dovremmo avere prospettive dissimili, è bello stargli accanto e imparare a vivere in un mondo non mio, di cui non condivido molti aspetti. Arrivati al Chiostro, abbiamo occupato posto ai tavoli, ognuno di noi con l’internato assegnatogli, il pranzo era allietato da un’orchestra ed è stato meraviglioso osservare i volti dei pazienti, la capacità di molti di riuscire a stare in un luogo poco conosciuto, con persone sconosciute e soprattutto la voglia di normalità che regnava. Il pranzo si è svolto nella quiete generale, certo sempre con occhio vigile di chi sa bene che un qualsiasi cambiamento nelle abitudini di persone che vedono le loro giornate scandite dalla monotonia e dalla routine, possa avere delle conseguenze, ma alla fine è andato tutto nel migliore dei modi. Questo ancora una volta pone l’accento su quanto potrebbe essere fatto nel quotidiano e che di sovente non è posto in essere. Rileva quanto è nella cultura e nella testa delle persone il luogo del cambiamento. Io auspico che giornate del genere non siano promosse solo per riflettere su se stessi la luce degli ultimi, ma che un giorno realmente il malato di mente sia esso un reo o meno, possa essere guardato dall’altrui sguardo con la stessa dignità e con la stessa possibilità di ogni altri essere vivente. Vi saluto con la speranza nel cuore che tutto ciò un giorno si avveri. Alla prossima …

Rosaria Uglietti


martedì 24 gennaio 2012

L'immagine corporea

L’argomento che affrontiamo oggi è il risultato della conversazione con una amica, la quale mi ha chiesto se potessi scrivere qualcosa in merito e allora eccomi qui.
Inizio come sempre nel definire l’argomento, il quale riguarda l’immagine corporea, facendo riferimento  a quella che negli ultimi tempi sembra essere la più accreditata e quella che ritengo più rappresentativa, ovverosia la concezione di Paul Shilder,
L’immagine corporea è la modalità con cui rappresentiamo il nostro corpo nella mente, è il modo in cui questo ci appare.
Da tale definizione si evince che essa non è oggettiva, cioè il modo con cui ci percepiamo non necessariamente corrisponde a come esso sia. Detto questa la domanda sorge spontanea, da cosa è dovuta la nostra immagine corporea? La risposta la desumo dal paradigma psicoanalitico e successivamente da quello che è il pensiero che più si avvicina al mio, la fenomenologia.
Sentimenti, comportamenti, pensieri, autostima,  famiglia di origine, amici e partners, sono gli elementi dai quali costruiamo la nostra immagine corporea. Ad essi possiamo aggiungere anche gli stereotipi culturali riguardanti l'apparenza fisica ed i modelli proposti dai mass media, i quali  influenzano l'immagine e quindi la soddisfazione che ognuno ha di se.

Facendo ancora riferimento al paradigma psicoanalitico, l’immagine corporea è un insieme di rappresentazioni ed affetti contenente le tracce delle esperienze avute sia con il proprio corpo che con quello delle figure primarie. I moti pulsionali, che fin dall’inizio della vita, ivi compresa la vita intrauterina, hanno investito il nostro corpo, o le sue parti, così come i corpi dei genitori o alcune loro parti, lasciano delle tracce nell’inconscio, l’insieme di tali tracce, denominate fissazioni,  diventa il nucleo inconscio dell’immagine corporea. Questo nucleo inconscio struttura l’immagine preconscia e conscia, influenzandola per tutto il corso della vita.
Schilder, sintetizzando due mondi che di norma non comunicano, il clinico psicologico e il neurologico, asserisce che la modalità percettiva dell’immagine corporea avviene attraverso la personalità, per cui ognuno di noi ha un proprio peculiare e specifico modo di percepire la propria immagine corporea.   Ciò implica che l’immagine corporea non è un mero insieme di sensazioni fisiologiche ma è la possibilità che ogni individuo ha, attraverso aspetti cognitivi e affettivi, di costruire se stesso. Tale processo è dinamico e cambia con il cambiare dei vissuti della persona, cresce e si trasforma insieme a quest’ultima, partendo da quando si viene al mondo e non ci si percepisce come separati da questo, all’avanzare dell’età e si subiscono le influenze dei propri vissuti e delle proprie esperienze.
Riferendomi all’approccio fenomenologico, riporto un’affermazione di Galimberti, il quale asserisce che l’esperienza della nostra corporeità non è l’esperienza di un oggetto, ma del nostro modo di abitare il mondo. Attraverso queste parole possiamo comprendere ancora meglio che il nostro modo di percepirci, di vivere e di esperire noi stessi è la diretta conseguenza di come noi viviamo, di come le nostre esperienze, la stima che abbiamo di noi influiscano sulla percezione corporea. Cosa vuol dire abitare il mondo? Significa quale riteniamo possa essere la nostra posizione, quale spazio possiamo occupare, cosa sentiamo o meno nostro, a cosa apparteniamo. Ciò implica anche che conosciamo il mondo attraverso la percezione che di esso abbiamo attraverso i suoi oggetti, i quali indicano al corpo le sue possibilità. Galimberti afferma che per disporre del proprio corpo non è sufficiente una struttura anatomica e fisiologica perfetta, ma di un mondo dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con esso. Un esempio chiarificatore determinato ancora da Galimberti è il corpo nel mare, se pretendo di entrare nel mare dopo aver imparato a nuotare non imparerò mai a nuotare, non perché il mio corpo fuori dall’acqua non sia in grado di apprendere i movimenti necessari, ma perché fuori dal mare manca al corpo quel mondo di cui il corpo necessita per sentirsi operativo.  Tale esempio ci fa comprendere come in un mondo che il corpo non sente suo l’individuo possa sentirsi a disagio. La conseguenza di ciò è che nel momento in cui l’individuo esperisce un malessere, quest’ultimo possa riflettersi sulla propria immagine corporea e possa accadere che egli veda cose di se che gli altri non vedono, di esasperare alcuni aspetti del proprio corpo che gli creano sofferenza. Voglio ricordare inoltre, che spesso, la modalità con cui ci si percepisce può influenzare anche l’alimentazione, infatti, i disturbi alimentari di frequente sono connessi a un disturbo legato ad un errata percezione di se stessi. Labile quindi è il confine fra disturbi alimentari e cattiva percezione della propria immagine.
Entrambi i paradigmi presi in considerazione evidenziano l’importanza del proprio vissuto circa la modalità di percepirsi, di quanto le emozioni possano influire sulla nostra immagine corporea, in particolare il paradigma psicoanalitico fa riferimento ai vissuti non solo individuali ma anche parentali, questo aspetto sottolinea la relazione tra immagine di se e disturbi alimentari, sappiamo che le figure parentali e in particolar modo la madre abbia influenza su questi. Non voglio dilungarmi eccessivamente sul disturbo alimentare di cui eventualmente parlerò in futuro, quanto sul disagio che si prova nel percepirsi in maniera distorta. Il vedere la propria immagine in maniera errata porta la persona a non sapersi muovere nel mondo, a non sapere quale possa essere il proprio posto al mondo. Qui mi riferisco al paradigma fenomenologo che considera tutti gli aspetti normali e patologici della persona attraverso l’esperienza corporea, la persona vive il mondo attraverso il corpo, per cui se il mondo è abitato in maniera positiva, se la persona sente quel mondo suo, riesce a muoversi in esso e a viverlo in modo sereno. Possiamo trovare conferme di tali affermazioni ogni volta che ci sentiamo a disagio, fuori posto e non troviamo una posizione in cui star fermi o seduti o ancora non riusciamo a muoverci con disinvoltura, tali disagi che si riflettono sulla nostra modalità corporea di esprimerci, indicano che non stiamo abitando il mondo, ma lo stiamo subendo e tentando di fuggire da esso. Un’ulteriore conferma è rintracciabile nei disagi delle donne affette da sindrome premestruale, in quei momenti non si ha voglia di essere esposti, il mondo ci appare come un qualcosa di estraneo, di nemico; ancora una volta troviamo la spiegazione in termini di fenomenologia, abitare il mondo significa sentirsi a casa, per cui tutte le volte che non ci sentiamo a casa è dovuto ad un disagio che stiamo esperendo e quindi a un non sentire il mondo come casa nostra. La soluzione, tuttavia, è data proprio da ciò che non vorremmo, è solo attraverso l’esposizione al mondo che il disagio è superabile, dove per esposizione si intende non la mera esposizione corporea, non lo spogliarsi, ma l’interagire con il mondo, con i suoi oggetti e renderli parte di noi, renderli casa nostra. Dobbiamo imparare a dialogare con il mondo, solo attraverso la comunicazione e la conoscenza, ancora una volta siamo in grado di superare gli ostacoli che la vita ci pone. Vi saluto ancora con le parole di Galimberti   Avere un mondo è qualcosa in più del semplice essere al mondo … Alla prossima ...
Rosaria Uglietti