Rosaria Uglietti
Informazioni personali
venerdì 24 aprile 2015
Sandro e la paura della libertà
Rosaria Uglietti
sabato 18 aprile 2015
Saverio, una vita fatta di fughe ...
La prima volta
che incontrai Saverio era il Natale del 2010, all'epoca lavoravo in un gruppo
appartamento nei pressi di Trentola Ducenta, lui era in licenza finale di
esperimento. La storia di Saverio è quella tipica di un internato, affetto da
un disturbo di personalità curato male si macchia di un crimine ed è qui
che inizia il suo calvario. Saverio entra per la prima volta in OPG intorno ai venticinque
anni, all'epoca era già sposato e con dei figli. Trascorso il tempo della pena
Saverio è inserito in una comunità per intraprendere un percorso di reinserimento sociale, ma quasi al termine dell'esperienza scappa e di conseguenza deve ritornare in OPG. Avrà il medesimo comportamento per almeno quattro o cinque
volte nella sua vita fino ad arrivare da noi. Saverio è un manipolatore che sa
come comportarsi per farsi apprezzare, ma la sua più grande pecca non è il suo
male, ma la sua famiglia, gente contadina con il timore che si possa
depauperare il suo capitale finge di interessarsi alla vita di Saverio, ma
nella sostanza spera che non esca mai. Tutte le volte che la famiglia di Saverio è venuta a fargli visita la prima domanda era sempre la stessa, c'è possibilità che
torni a casa? Nel periodo trascorso con noi Saverio tenne quello che si chiama
un buon comportamento, rispettoso delle regole della casa e della convivenza
con gli altri internati, il suo scopo era ritornare a casa, in quella casa dove
non era voluto. All'indifferenza familiare, tuttavia, bisogna aggiungere la
burocrazia italiana, nonché la poca professionalità dei colleghi psicologi e
psichiatri del CSM di Aversa, cui il nostro gruppo appartamento faceva
riferimento. Medici e psicologi interessati a favorire la cooperativa di turno
e il proprio tornaconto personale. Arriva giugno e la licenza di Saverio sta
per scadere, lui inizia a fare domande sulla sua libertà imminente e riceve
risposte discordanti, in appartamento si vive sempre peggio perché i
responsabili discutono fra loro e si dimenticano di operatori e internati e
Saverio decide di fuggire nuovamente, ritornerà in OPG e incontrerà l'ennesima
cooperativa interessata ai soldi che può guadagnare sulla sua pelle, scapperà
ancora e ancora un ritorno in OPG, dove in seguito all'arresto morirà. Quella di Saverio è solo una delle tante storie incontrate e delle vite lasciate in balia della burocrazia e della cattiva politica in materia di sanità mentale. Un saluto e alla prossima ...
Rosaria Uglietti
Rosaria Uglietti
domenica 22 marzo 2015
Ciuccio, ciuccio delle mie brame, piccole e grandi difficoltà della crescita
Arriva una fase
nella vita dei nostri piccoli in cui bisogna fare un grande passo, questo
momento è l’abbandono del ciuccio. Ci sono pareri discordanti sull’età in cui
toglierlo e soprattutto sulle modalità. Qualcuno dice intorno ai due anni,
altri ritengono si possa arrivare fino a tre, ad ogni modo non c’è un'unica
verità, questo perché i bambini sono diversi fra loro e ognuno ha una maturità
differente dall’altro. L’importante è non procrastinare l’evento in maniera
eccessiva.
Tutte le mamme
si chiedono quando sia il momento di togliere il ciuccio al proprio figlio e
soprattutto ciò che le inquieta maggiormente è il modo con cui farlo. Il gioco
sicuramente costituisce un elemento fondamentale affinché per il bambino questa
separazione non sia un trauma, riguardo al periodo mi ripeto non ne esiste uno specifico,
l’importante è non andare troppo in là con gli anni, soprattutto, per la voglia
di noi mamme lavoratrici e delle mamme in genere di coccolare eccessivamente i
nostri figli e di non farli piangere. Di sicuro oltre i tre anni è bene non
andare per gli stessi motivi dell’abbandono del biberon, per i dettagli leggere
qui ….
http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/02/aiutooooo-si-e-rotta-la-tettarella.html
http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/02/aiutooooo-si-e-rotta-la-tettarella.html
Piccoli consigli sull’abbandono del ciuccio
La fase dell’abbandono deve coincidere sicuramente con un momento sereno della vita del bambino, spesso invece noi mamme vorremmo fare tutto insieme togliere il ciuccio, il biberon e il pannolino e magari inserire nostro figlio a scuola, niente di più sbagliato. Queste varie tappe costituiscono degli stadi molto importanti per il nostro bambino, per cui è bene che avvengano in maniera separata.
In riferimento al ciuccio un modo che sicuramente può andare bene è attraverso la fantasia. Il mondo fantastico è molto vicino a quello del bambino, in maniera particolare se noi mamme siamo propense a narrare loro delle favole. Attraverso queste possiamo aiutare il piccolo a superare bene questo momento. Vediamo insieme come. Un modo potrebbe essere quello di raccontare al bambino che il ciuccio, che è stato il suo amico dell’infanzia deve andare a far compagnia a un bambino più piccolo, per cui gradatamente dovrà imparare a fare a meno di lui. Allo stesso modo possiamo dire al bambino che sta crescendo e che durante i suoi giochi può lasciare il ciuccio in custodia al suo pupazzo preferito e che per il momento potrà ancora averlo per la notte, fino a quando, in piccoli passi avverrà la separazione, quest’ultima modalità mi è tornata personalmente utile.
Comportamenti da evitare
Ciò che si deve tenere in conto in questa fase, come in tutti gli stadi della crescita dei nostri bambini è la possibilità che il piccolo possa attraversare dei momenti di tensione per la mancanza del ciuccio. Questa potrebbe manifestarsi con comportamenti che si discostano dalla norma, il bambino potrebbe apparire più ansioso e manifestare il proprio stato con qualche capriccio maggiore e qualche pianto.
Noi mamme, aiutate anche dai papà dobbiamo armarci di tanta pazienza e dobbiamo frenare la nostra voglia di ricorrere prontamente al ciuccio. Con molta calma dobbiamo coccolare il bambino, rassicurarlo e parlargli. Potrebbe sembrare faticoso e strano per il nostro innato senso di protezione questa fase, l’importante è essere fermi ma allo stesso tempo non eccessivamente rigidi. Ci saranno degli istanti in cui non sapremo cosa fare, ma attraverso le coccole e le spiegazioni, il nostro bambino attraverserà questa fase nel migliore dei modi. Impariamo fin da subito a dialogare con i nostri figli, non lasciamoci tentare dal pensiero che essendo piccoli questi non capiscano, i bambini se messi in grado possono stupirci e in particolar modo se iniziamo da subito a coltivare con loro il dialogo da grandi sarà sempre più semplice comunicare con loro e affrontare argomenti che altrimenti potrebbero essere imbarazzanti. Un saluto e buone coccole e dialogo a tutti ...
Alla prossima …
Rosaria Uglietti
domenica 15 marzo 2015
Chiudono o non chiudono?!? La grande odissea degli OPG
Il 15 marzo è
arrivato e gli OPG sono ancora lì, tra slittamenti e false dichiarazioni questi
continuano in silenzio la loro vita, tra una notizia di suicidio e l’altra di
fuga, tra una strizzata d’occhio dei politici e l’incredulità dei cittadini. E’
del 2012 l’inchiesta dell’allora ministro Marino sull’orrore degli OPG ma a
oggi poco o nulla è cambiato nella lenta vita degli internati. Sono stati
ridotti e in alcuni casi eliminati i progetti terapeutici di reinserimento
individuale, uno dei pochi momenti di vita reale degli internati per dare man
forte alla politica e ai privati con le REMS, residenze per l’esecuzione della
misura di sicurezza sanitaria. Ho sempre affermato che gli OPG sono strutture
piene di potenziale, quel che non va è la mentalità di molti che vi lavorano,
nonché dello stigma nei confronti della malattia. Quest'ultima, tra l'altro
proviene in primis dai familiari degli stessi utenti i quali nella sostanza non
vogliono il ritorno dei loro parenti in casa. Io posso parlare esclusivamente
dell’OPG di Aversa, la struttura come più volte affermato, ha un potenziale
fortissimo, è la logica di utilizzo che non va. Essa potrebbe essere utilizzata
al meglio e invece di spendere tanti soldi per nuove strutture potrebbe essere
resa essa stessa più vivibile.
Una struttura che al pari della Maddalena di
Aversa, ex manicomio, di cui ho parlato qui
| corridoi aria trattamentale |
è piena di
verde, di laboratori, bisognerebbe fare una rivoluzione nelle teste al pari di
quella basagliana che non è mai stata posta in essere.
Basterebbe ridipingerla con colori allegri, togliere le sbarre alle finestre e risistemare le porte, tutto questo porterebbe un gran risparmio allo stato, ma soprattutto tornerebbe utile per quelle persone anziane che non conosco altra realtà che quella degli OPG, ritenendo questa la loro casa. La verità è che questa tanto annunciata rivoluzione non avverrà mai, perché fa troppo comodo distogliere di tanto in tanto l'attenzione dei cittadini da altre problematiche italiane, ponendo l'attenzione sugli OPG, salvo poi mettere tutto nel dimenticatoio per ritirarlo fuori quando conviene. | laboratorio informatica |
| cortile |
"L'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico" Morire di classe 1969
Rosaria Uglietti
giovedì 19 febbraio 2015
Aiutooooo si è rotta la tettarella, piccoli consigli per evitare il panico
Quante mamme si
riconosceranno in queste parole, chi non è andata nel panico perché si è rotta
la tettarella del biberon e suo figlio non prende più il latte? Cosa
fare quando accade? Consideriamo anzitutto l’età in cui avviene, potrebbe
essere che il bimbo ormai grande ha rotto con i dentini la tettarella del
biberon ma magari era anche ora che non lo prendesse più. Lo sappiamo che il
biberon è tanto consolatorio per il bimbo quanto sbrigativo e rassicurante per
le mamme, siamo cresciuti insieme, avevamo quattro anni e magari lo prendevamo
ancora. Pensiamo che non ci sia nulla di male in questo, ma non consideriamo quanti
bambini hanno difficoltà a mangiare altro oppure devono portare l’ortodonzia
perché i dentini non sono ben posizionati. Ci hanno inculcato che il latte sia
il migliore alimento per la crescita, ma non ci hanno detto che il bambino deve
mangiare in maniera più variegata possibile, che fino agli otto mesi circa deve
assumerne almeno un litro e mezzo tra poppate e pappe, ma dopo un anno non deve
prenderne più di 800 grammi perché provoca anemia. Un altro fattore
importantissimo da considerare, inoltre, è l’esposizione alle carie precoci se
il bambino continua a prendere il biberon fino a tardi, la bocca, infatti, è
più facilmente esposta ai batteri cariogeni i quali soprattutto durante la
notte, quando la saliva non svolge più la sua azione protettrice, trovano
terreno fertile nella bocca di nostro figlio. Le mamme in questo momento si
arrabbieranno di sicuro, le certezze della nostra infanzia scricchiolano sempre
più … Torniamo ora all’argomento. Cosa
fare se nostro figlio non vuole il biberon? Piccoli consigli sempre utili.
Una buona soluzione, sperimentata
personalmente è ammorbidire la tettarella facendola bollire cinque minuti come
da prescrizione e lasciandola altri cinque minuti nell’acqua bollente in cui è
stata bollita. Tutto qui? Ebbene sì, non è la tettarella preferita come
pensiamo noi ma semplicemente la durezza di quella nuova a essere un ostacolo per
la suzione del latte. Che
cosa fare se continua a non volere il biberon?
Vale la stessa
regola delle pappe, non insistere, il biberon può tranquillamente essere
sostituito con altre pietanze a base di latte quali yogurt e bevande
probiotiche, oppure i frullati anch’essi ottimi sostituti. Viceversa, ciò che assolutamente dobbiamo evitare
è mettere il miele sulla nuova tettarella, stressare il bambino proponendogli
di continuo il biberon, dargli merendine dolci affinché mangi. Lo so è più
faticoso pensare a una buona e variegata alimentazione quando potremmo dare il
nostro bene amato biberon, facile e veloce oppure le nostre merendine che con
un click si aprono, ma siamo lungimiranti nelle nostre scelte e nostro figlio
da grande ci ringrazierà. Buon biberon a tutti e se proprio non è così buona
pappa alla prossima …
Rosaria Uglietti
martedì 10 febbraio 2015
Psichiatra e strumenti dello psicologo, la confusione continua ...
Chi è lo
psichiatra, cosa fa lo psicologo? Quante volte ce lo chiediamo e come promesso
la volta scorsa sono qui a dirvelo, poche parole per non confondere ancora.
Lo psichiatra è
un medico il quale dopo aver conseguito la laurea in medicina e chirurgia
prosegue i suoi studi specializzandosi in psichiatria. Egli, a differenza dello
psicologo e dello psicoterapeuta, può prescrivere farmaci e richiedere e
valutare esami medici .
Ricapitolando J
Professione, titolo
di studio e ….
Psicologo:
Laurea in Psicologia, Esame di Stato non prescrive o valuta medicinali e
referti medici.
Psicoterapeuta:
Laurea in Psicologia, Esame di Stato, scuola di specializzazione non prescrive
o valuta medicinali e referti medici.
Psichiatra: Laurea
in Medicina, Esame di Stato, scuola di specializzazione prescrive e valuta
medicinali e referti medici.
Ritorniamo ora
alla nostra professione. Quali sono gli strumenti conoscitivi dello psicologo?
Gli strumenti
conoscitivi dello psicologo essenzialmente sono due, il colloquio e i test. In
genere quando si parla di colloquio psicologico, si fa riferimento a quello
clinico che serve a diagnosticare un malessere dell’individuo. Ricorderete, tuttavia, che gli psicologi
hanno vari rami e allo stesso modo il colloquio può essere eseguito non solo
per diagnosticare un malessere, ma anche per valutare le competenze di un
individuo, per selezionare un soggetto, per valutare le sue attitudini o ancora
per progettare interventi in azienda di tipo formativo, in questo caso il
colloquio sarà eseguito da uno psicologo del lavoro. Lo psicologo può intervenire
nelle scuole. Allo stesso modo del colloquio anche i test possono avere una
valenza differente riguardo all’ambito in cui sono eseguiti, aspetti diversi
richiedono test differenti, esistono, infatti, test per valutare la personalità,
per diagnosticare malesseri, altri per valutare competenze e attitudini o
ancora test d’intelligenza. Come vedete il campo è vasto, gli strumenti diversi
e la confusione è sempre dietro l’angolo, vi saluto e vi do appuntamento alla
prossima …
Rosaria Uglietti
lunedì 2 febbraio 2015
Non voglio la pappa, da semplici capricci a piccoli disturbi …
Lo spettro dei
disturbi alimentari, uno dei grandi mali che ci attanaglia, prende un po’ tutte
le mamme, che al primo capriccio del figlio, corrono dal pediatra. Vediamo insieme quando preoccuparsi.
Bisogna
precisare che nella prima infanzia in genere non sono disturbi veri e propri,
ma disagi che riflettono un malessere passeggero o ancor più frequentemente una
situazione in cui il bambino vuole esprimere la propria personalità. Un
esempio? La mamma che deve tornare a lavoro, per il piccolo può essere
fonte di disagio. Quando allarmarsi?
Ciò che bisogna tenere sotto controllo in tali situazioni è la durata nel tempo
di queste inappetenze o comunque irregolarità nel rapporto con il cibo. Il ruolo del pediatra in questi casi è
fondamentale, una corretta informazione, spesso, è alla base di una buona
educazione alimentare. Le mamme troppe volte sono bersagliate da più fronti,
mamme, suocere, sorelle, cognate, amiche e gente di passaggio, ognuno vuole
dire la sua e questo può indurre a degli errori che si rifletteranno sul
bambino. L’ansia nei confronti della pappa, inoltre, può essere altra fonte di
malessere e il bambino potrebbe percepire la sua alimentazione come un premio
per i genitori. Diciamolo, quante volte usiamo il ricatto affettivo affinché
nostro figlio mangi? La nostra ansia, la fretta di tutti i giorni sono fra le
cause maggiori dei disagi alimentari dei bambini, soprattutto dei più piccoli i
quali hanno come forma di espressione il cibo, essendo il linguaggio poco
formato. Ricordo che in clinica il neonatologo mi disse:- Sanno tutti tutto più
di noi, ma se abbiamo preso una laurea, un motivo ci sarà?
Qualche consiglio. I bambini non sono
dei robot che devono esaudire le nostre attese, i nostri desideri o ancora
rispettare la nostra folle corsa nel mondo. Essi hanno i propri tempi e
soprattutto i propri gusti; se da piccoli tendono a mangiare tutto, non vuol
dire che sarà così nel tempo o ancora se qualche giorno non hanno fame, oppure una
pietanza non gli piace non continuiamo a proporgliela nella speranza che la
provi oppure che mangi, gli procureremmo solo ansia. Rispettiamo le loro idee e
i loro tempi e questo farà si che diventino delle persone serene e con un buon
rapporto con il cibo.
Lo svezzamento,
fase della crescita che spesso le mamme vivono con ansia, costituisce, infatti, uno dei punti critici del rapporto che il bambino avrà con
il cibo. Non insistiamo se non finiscono tutta la pappa, non continuiamo
imperterriti nelle nostre idee, pensiamo sempre che i bambini hanno la loro individualità
che va rispettata. Ciò che deve insospettirci è se il bambino ha il timore di
affogarsi, vuole solo pastina piccola o ancora se c’è una regressione
alimentare del tipo che vuole solo latte. Tali segnali, infatti, indicano la presenza di un disagio che se non diagnosticato in tempo, potrebbe indurre la cronicizzazione del malessere ed indurre un disturbo alimentare. Siamo cresciuti con il mito del latte, tuttavia, se nostro figlio vuole solo questo e soprattutto vuole solo il biberon allora dobbiamo chiedere il parere del nostro pediatra. Ciò indica una regressione nel normale sviluppo di nostro figlio.
Nel corso della crescita
permettiamogli di sperimentare, di toccare le pietanze e anche di pasticciare
se necessario, lasciamo che imparino a usare il cucchiaio e la forchetta, sebbene
quest’ultima ci desti sempre apprensione. Lo so che le mamme penseranno e dopo
chi pulisce? Io rispondo, vuoi mettere la casa pulita con la serenità di tuo
figlio? Scagli una pietra chi ha un figlio e la casa in ordine senza
procurargli stress, i bambini devono sperimentare e gli ospiti guardare altrove.J
Un consiglio in più per vivere tranquilli …
Io dico alle mamme, affidatevi a una
buona pediatra che saprà indirizzarvi e qualora l’anomalia alimentare dovesse
protrarsi nel tempo, v’invierà da un buon specialista del settore.
Alla prossima …
Rosaria Uglietti
Un saluto e buona pappa a tutti …
Rosaria Uglietti
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