sabato 18 aprile 2015

Saverio, una vita fatta di fughe ...


La prima volta che incontrai Saverio era il Natale del 2010, all'epoca lavoravo in un gruppo appartamento nei pressi di Trentola Ducenta, lui era in licenza finale di esperimento. La storia di Saverio è quella tipica di un internato, affetto da un disturbo di personalità curato male si macchia di un crimine ed è qui che inizia il suo calvario. Saverio entra per la prima volta in OPG intorno ai venticinque anni, all'epoca era già sposato e con dei figli. Trascorso il tempo della pena Saverio è inserito in una comunità per intraprendere un percorso di reinserimento sociale, ma quasi al termine dell'esperienza  scappa e di conseguenza deve ritornare in OPG. Avrà il medesimo comportamento per almeno quattro o cinque volte nella sua vita fino ad arrivare da noi. Saverio è un manipolatore che sa come comportarsi per farsi apprezzare, ma la sua più grande pecca non è il suo male, ma la sua famiglia, gente contadina con il timore che si possa depauperare il suo capitale finge di interessarsi alla vita di Saverio, ma nella sostanza spera che non esca mai. Tutte le volte che la famiglia di Saverio è venuta a fargli visita la prima domanda era sempre la stessa, c'è possibilità che torni a casa? Nel periodo trascorso con noi Saverio tenne quello che si chiama un buon comportamento, rispettoso delle regole della casa e della convivenza con gli altri internati, il suo scopo era ritornare a casa, in quella casa dove non era voluto. All'indifferenza familiare, tuttavia, bisogna aggiungere la burocrazia italiana, nonché la poca professionalità dei colleghi psicologi e psichiatri del CSM di Aversa, cui il nostro gruppo appartamento faceva riferimento. Medici e psicologi interessati a favorire la cooperativa di turno e il proprio tornaconto personale. Arriva giugno e la licenza di Saverio sta per scadere, lui inizia a fare domande sulla sua libertà imminente e riceve risposte discordanti, in appartamento si vive sempre peggio perché i responsabili discutono fra loro e si dimenticano di operatori e internati e Saverio decide di fuggire nuovamente, ritornerà in OPG e incontrerà l'ennesima cooperativa interessata ai soldi che può guadagnare sulla sua pelle, scapperà ancora e ancora un ritorno in OPG, dove in seguito all'arresto morirà. Quella di Saverio è solo una delle tante storie incontrate e delle vite lasciate in balia della burocrazia e della cattiva politica in materia di sanità mentale. Un saluto e alla prossima ...
Rosaria Uglietti

domenica 22 marzo 2015

Ciuccio, ciuccio delle mie brame, piccole e grandi difficoltà della crescita

Arriva una fase nella vita dei nostri piccoli in cui bisogna fare un grande passo, questo momento è l’abbandono del ciuccio. Ci sono pareri discordanti sull’età in cui toglierlo e soprattutto sulle modalità. Qualcuno dice intorno ai due anni, altri ritengono si possa arrivare fino a tre, ad ogni modo non c’è un'unica verità, questo perché i bambini sono diversi fra loro e ognuno ha una maturità differente dall’altro. L’importante è non procrastinare l’evento in maniera eccessiva.

 Vediamo insieme come comportarci.
Tutte le mamme si chiedono quando sia il momento di togliere il ciuccio al proprio figlio e soprattutto ciò che le inquieta maggiormente è il modo con cui farlo. Il gioco sicuramente costituisce un elemento fondamentale affinché per il bambino questa separazione non sia un trauma, riguardo al periodo mi ripeto non ne esiste uno specifico, l’importante è non andare troppo in là con gli anni, soprattutto, per la voglia di noi mamme lavoratrici e delle mamme in genere di coccolare eccessivamente i nostri figli e di non farli piangere. Di sicuro oltre i tre anni è bene non andare per gli stessi motivi dell’abbandono del biberon, per i dettagli leggere qui ….

http://rosaria-uglietti.blogspot.it/2015/02/aiutooooo-si-e-rotta-la-tettarella.html

Piccoli consigli sull’abbandono del ciuccio
La fase dell’abbandono deve coincidere sicuramente con un momento sereno della vita del bambino, spesso invece noi mamme vorremmo fare tutto insieme togliere il ciuccio, il biberon e il pannolino e magari inserire nostro figlio a scuola, niente di più sbagliato. Queste varie tappe costituiscono degli stadi molto importanti per il nostro bambino, per cui è bene che avvengano in maniera separata. 
 In riferimento al ciuccio un modo che sicuramente può andare bene è attraverso la fantasia. Il mondo fantastico è molto vicino a quello del bambino, in maniera particolare se noi mamme siamo propense a narrare loro delle favole. Attraverso queste possiamo aiutare il piccolo a superare bene questo momento. Vediamo insieme come. Un modo potrebbe essere quello di raccontare al bambino che il ciuccio, che è stato il suo amico dell’infanzia deve andare a far compagnia a un bambino più piccolo, per cui gradatamente dovrà imparare a fare a meno di lui. Allo stesso modo possiamo dire al bambino che sta crescendo e che durante i suoi giochi può lasciare il ciuccio in custodia al suo pupazzo preferito e che per il momento potrà ancora averlo per la notte, fino a quando, in piccoli passi avverrà la separazione, quest’ultima modalità mi è tornata personalmente utile. 

Comportamenti da evitare
Ciò che si deve tenere in conto in questa fase, come in tutti gli stadi della crescita dei nostri bambini è la possibilità che il piccolo possa attraversare dei momenti di tensione per la mancanza del ciuccio. Questa potrebbe manifestarsi con comportamenti che si discostano dalla norma, il bambino potrebbe apparire più ansioso e manifestare il proprio stato con qualche capriccio maggiore e qualche pianto. 

Noi mamme, aiutate anche dai papà dobbiamo armarci di tanta pazienza e dobbiamo frenare la nostra voglia di ricorrere prontamente al ciuccio. Con molta calma dobbiamo coccolare il bambino, rassicurarlo e parlargli. Potrebbe sembrare faticoso e strano per il nostro innato senso di protezione questa fase, l’importante è essere fermi ma allo stesso tempo non eccessivamente rigidi. Ci saranno degli istanti in cui non sapremo cosa fare, ma attraverso le coccole e le spiegazioni, il nostro bambino attraverserà questa fase nel migliore dei modi. Impariamo fin da subito a dialogare con i nostri figli, non lasciamoci tentare dal pensiero che essendo piccoli questi non capiscano, i bambini se messi in grado possono stupirci e in particolar modo se iniziamo da subito a coltivare con loro il dialogo da grandi sarà sempre più semplice comunicare con loro e affrontare argomenti che altrimenti potrebbero essere imbarazzanti. Un saluto e buone coccole e dialogo a tutti ...
Alla prossima … 
                                                                             Rosaria Uglietti

domenica 15 marzo 2015

Chiudono o non chiudono?!? La grande odissea degli OPG

Il 15 marzo è arrivato e gli OPG sono ancora lì, tra slittamenti e false dichiarazioni questi continuano in silenzio la loro vita, tra una notizia di suicidio e l’altra di fuga, tra una strizzata d’occhio dei politici e l’incredulità dei cittadini. E’ del 2012 l’inchiesta dell’allora ministro Marino sull’orrore degli OPG ma a oggi poco o nulla è cambiato nella lenta vita degli internati. Sono stati ridotti e in alcuni casi eliminati i progetti terapeutici di reinserimento individuale, uno dei pochi momenti di vita reale degli internati per dare man forte alla politica e ai privati con le REMS, residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. Ho sempre affermato che gli OPG sono strutture piene di potenziale, quel che non va è la mentalità di molti che vi lavorano, nonché dello stigma nei confronti della malattia. Quest'ultima, tra l'altro proviene in primis dai familiari degli stessi utenti i quali nella sostanza non vogliono il ritorno dei loro parenti in casa. Io posso parlare esclusivamente dell’OPG di Aversa, la struttura come più volte affermato, ha un potenziale fortissimo, è la logica di utilizzo che non va. Essa potrebbe essere utilizzata al meglio e invece di spendere tanti soldi per nuove strutture potrebbe essere resa essa stessa più vivibile.
corridoi aria trattamentale 
Una struttura che al pari della Maddalena di Aversa, ex manicomio, di cui ho parlato qui
è piena di verde, di laboratori, bisognerebbe fare una rivoluzione nelle teste al pari di quella basagliana che non è mai stata posta in essere.
 Basterebbe ridipingerla con colori allegri, togliere le sbarre alle finestre e risistemare le porte, tutto questo porterebbe un gran risparmio allo stato, ma soprattutto tornerebbe utile per quelle persone anziane che non conosco altra realtà che quella degli OPG, ritenendo questa la loro casa. La verità è che questa tanto annunciata rivoluzione non avverrà mai, perché fa troppo comodo distogliere di tanto in tanto l'attenzione dei cittadini da altre problematiche italiane, ponendo l'attenzione sugli OPG, salvo poi mettere tutto nel dimenticatoio per ritirarlo fuori quando conviene. 


laboratorio informatica 
Gli internati sono persone, ma per molti sono soldi che camminano, lo sono per le cooperative le quali non hanno alcun interesse ad un reale inserimento di questi nella società, basti pensare a tutti quelli che scappano dai gruppi appartamento per fare ritorno in OPG poiché tale allontanamento per la legge è evasione e nel mentre la loro vita scorre, tra una fuga e un ritorno dietro le sbarre. Lo sono per le famiglie, le quali ritirano la pensione che spetterebbe ai loro parenti reclusi, soldi ai quali rinuncerebbero mal volentieri, in cambio della noia di un ritorno a casa di questi. 
cortile 
Esiste ancora in maniera pressante la mentalità penitenziaria nell’OPG, quando nella realtà il personale preposto alla sicurezza dovrebbe solo osservare da lontano se accade qualcosa, nella sostanza invece continua a far condurre agli internati una vita da galeotti. Tutto questo è sconcertante, ma vero e noi che ci lavoriamo e lo facciamo per passione, noi che ad ogni piccolo risultato ottenuto siamo felici, noi che vorremmo ancora Basaglia in mezzo a noi, non possiamo fare altro che continuare il nostro lavoro, impotenti e arrabbiati contro uno stato e una mentalità indifferente ed arrogante. Vi lascio con le parole di Franco Basaglia e vi do appuntamento alla prossima ... 





"L'istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l'oggetto della violenza di un'istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l'oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell'istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico" Morire di classe 1969 
                                                                                                               
  Rosaria Uglietti

giovedì 19 febbraio 2015

Aiutooooo si è rotta la tettarella, piccoli consigli per evitare il panico

Quante mamme si riconosceranno in queste parole, chi non è andata nel panico perché si è rotta la tettarella del biberon e suo figlio non prende più il latte?  Cosa fare quando accade? Consideriamo anzitutto l’età in cui avviene, potrebbe essere che il bimbo ormai grande ha rotto con i dentini la tettarella del biberon ma magari era anche ora che non lo prendesse più. Lo sappiamo che il biberon è tanto consolatorio per il bimbo quanto sbrigativo e rassicurante per le mamme, siamo cresciuti insieme, avevamo quattro anni e magari lo prendevamo ancora. Pensiamo che non ci sia nulla di male in questo, ma non consideriamo quanti bambini hanno difficoltà a mangiare altro oppure devono portare l’ortodonzia perché i dentini non sono ben posizionati. Ci hanno inculcato che il latte sia il migliore alimento per la crescita, ma non ci hanno detto che il bambino deve mangiare in maniera più variegata possibile, che fino agli otto mesi circa deve assumerne almeno un litro e mezzo tra poppate e pappe, ma dopo un anno non deve prenderne più di 800 grammi perché provoca anemia. Un altro fattore importantissimo da considerare, inoltre, è l’esposizione alle carie precoci se il bambino continua a prendere il biberon fino a tardi, la bocca, infatti, è più facilmente esposta ai batteri cariogeni i quali soprattutto durante la notte, quando la saliva non svolge più la sua azione protettrice, trovano terreno fertile nella bocca di nostro figlio. Le mamme in questo momento si arrabbieranno di sicuro, le certezze della nostra infanzia scricchiolano sempre più … Torniamo ora all’argomento. Cosa fare se nostro figlio non vuole il biberon? Piccoli consigli sempre utili.
Una buona soluzione, sperimentata personalmente è ammorbidire la tettarella facendola bollire cinque minuti come da prescrizione e lasciandola altri cinque minuti nell’acqua bollente in cui è stata bollita. Tutto qui? Ebbene sì, non è la tettarella preferita come pensiamo noi ma semplicemente la durezza di quella nuova a essere un ostacolo per la suzione del latte. Che cosa fare se continua a non volere il biberon?
Vale la stessa regola delle pappe, non insistere, il biberon può tranquillamente essere sostituito con altre pietanze a base di latte quali yogurt e bevande probiotiche, oppure i frullati anch’essi ottimi sostituti.  Viceversa, ciò che assolutamente dobbiamo evitare è mettere il miele sulla nuova tettarella, stressare il bambino proponendogli di continuo il biberon, dargli merendine dolci affinché mangi. Lo so è più faticoso pensare a una buona e variegata alimentazione quando potremmo dare il nostro bene amato biberon, facile e veloce oppure le nostre merendine che con un click si aprono, ma siamo lungimiranti nelle nostre scelte e nostro figlio da grande ci ringrazierà. Buon biberon a tutti e se proprio non è così buona pappa alla prossima …
                                                                                     Rosaria Uglietti


martedì 10 febbraio 2015

Psichiatra e strumenti dello psicologo, la confusione continua ...


Chi è lo psichiatra, cosa fa lo psicologo? Quante volte ce lo chiediamo e come promesso la volta scorsa sono qui a dirvelo, poche parole per non confondere ancora.
Lo psichiatra è un medico il quale dopo aver conseguito la laurea in medicina e chirurgia prosegue i suoi studi specializzandosi in psichiatria. Egli, a differenza dello psicologo e dello psicoterapeuta, può prescrivere farmaci e richiedere e valutare esami medici .
Ricapitolando J
Professione, titolo di studio e ….
Psicologo: Laurea in Psicologia, Esame di Stato non prescrive o valuta medicinali e referti medici.
Psicoterapeuta: Laurea in Psicologia, Esame di Stato, scuola di specializzazione non prescrive o valuta medicinali e referti medici.

Psichiatra: Laurea in Medicina, Esame di Stato, scuola di specializzazione prescrive e valuta medicinali e referti medici.


Ritorniamo ora alla nostra professione. Quali sono gli strumenti conoscitivi dello psicologo?


Gli strumenti conoscitivi dello psicologo essenzialmente sono due, il colloquio e i test. In genere quando si parla di colloquio psicologico, si fa riferimento a quello clinico che serve a diagnosticare un malessere dell’individuo.  Ricorderete, tuttavia, che gli psicologi hanno vari rami e allo stesso modo il colloquio può essere eseguito non solo per diagnosticare un malessere, ma anche per valutare le competenze di un individuo, per selezionare un soggetto, per valutare le sue attitudini o ancora per progettare interventi in azienda di tipo formativo, in questo caso il colloquio sarà eseguito da uno psicologo del lavoro. Lo psicologo può intervenire nelle scuole. Allo stesso modo del colloquio anche i test possono avere una valenza differente riguardo all’ambito in cui sono eseguiti, aspetti diversi richiedono test differenti, esistono, infatti, test per valutare la personalità, per diagnosticare malesseri, altri per valutare competenze e attitudini o ancora test d’intelligenza. Come vedete il campo è vasto, gli strumenti diversi e la confusione è sempre dietro l’angolo, vi saluto e vi do appuntamento alla prossima … 
Rosaria Uglietti

lunedì 2 febbraio 2015

Non voglio la pappa, da semplici capricci a piccoli disturbi …

Lo spettro dei disturbi alimentari, uno dei grandi mali che ci attanaglia, prende un po’ tutte le mamme, che al primo capriccio del figlio, corrono dal pediatra. Vediamo insieme quando preoccuparsi.

Bisogna precisare che nella prima infanzia in genere non sono disturbi veri e propri, ma disagi che riflettono un malessere passeggero o ancor più frequentemente una situazione in cui il bambino vuole esprimere la propria personalità.  Un esempio? La mamma che deve tornare a lavoro, per il piccolo può essere fonte di disagio. Quando allarmarsi? Ciò che bisogna tenere sotto controllo in tali situazioni è la durata nel tempo di queste inappetenze o comunque irregolarità nel rapporto con il cibo.  Il ruolo del pediatra in questi casi è fondamentale, una corretta informazione, spesso, è alla base di una buona educazione alimentare. Le mamme troppe volte sono bersagliate da più fronti, mamme, suocere, sorelle, cognate, amiche e gente di passaggio, ognuno vuole dire la sua e questo può indurre a degli errori che si rifletteranno sul bambino. L’ansia nei confronti della pappa, inoltre, può essere altra fonte di malessere e il bambino potrebbe percepire la sua alimentazione come un premio per i genitori. Diciamolo, quante volte usiamo il ricatto affettivo affinché nostro figlio mangi? La nostra ansia, la fretta di tutti i giorni sono fra le cause maggiori dei disagi alimentari dei bambini, soprattutto dei più piccoli i quali hanno come forma di espressione il cibo, essendo il linguaggio poco formato. Ricordo che in clinica il neonatologo mi disse:- Sanno tutti tutto più di noi, ma se abbiamo preso una laurea, un motivo ci sarà?

Qualche consiglio. I bambini non sono dei robot che devono esaudire le nostre attese, i nostri desideri o ancora rispettare la nostra folle corsa nel mondo. Essi hanno i propri tempi e soprattutto i propri gusti; se da piccoli tendono a mangiare tutto, non vuol dire che sarà così nel tempo o ancora se qualche giorno non hanno fame, oppure una pietanza non gli piace non continuiamo a proporgliela nella speranza che la provi oppure che mangi, gli procureremmo solo ansia. Rispettiamo le loro idee e i loro tempi e questo farà si che diventino delle persone serene e con un buon rapporto con il cibo.

Lo svezzamento, fase della crescita che spesso le mamme vivono con ansia, costituisce, infatti, uno dei punti critici del rapporto che il bambino avrà con il cibo. Non insistiamo se non finiscono tutta la pappa, non continuiamo imperterriti nelle nostre idee, pensiamo sempre che i bambini hanno la loro individualità che va rispettata. Ciò che deve insospettirci è se il bambino ha il timore di affogarsi, vuole solo pastina piccola o ancora se c’è una regressione alimentare del tipo che vuole solo latte. Tali segnali, infatti, indicano la presenza di un  disagio che se non diagnosticato in tempo, potrebbe indurre la cronicizzazione del malessere ed indurre un disturbo alimentare. Siamo cresciuti con il mito del latte, tuttavia, se nostro figlio vuole solo questo e soprattutto vuole solo il biberon allora dobbiamo chiedere il parere del nostro pediatra. Ciò indica una regressione nel normale sviluppo di nostro figlio. 

Nel corso della crescita permettiamogli di sperimentare, di toccare le pietanze e anche di pasticciare se necessario, lasciamo che imparino a usare il cucchiaio e la forchetta, sebbene quest’ultima ci desti sempre apprensione. Lo so che le mamme penseranno e dopo chi pulisce? Io rispondo, vuoi mettere la casa pulita con la serenità di tuo figlio? Scagli una pietra chi ha un figlio e la casa in ordine senza procurargli stress, i bambini devono sperimentare e gli ospiti guardare altrove.J



Un consiglio in più per vivere tranquilli … Io dico alle mamme, affidatevi a una buona pediatra che saprà indirizzarvi e qualora l’anomalia alimentare dovesse protrarsi nel tempo, v’invierà da un buon specialista del settore.
Un saluto e buona pappa a tutti …
Alla prossima …
Rosaria Uglietti

domenica 1 febbraio 2015

Psicologi vs Medici saremo sempre i cugini poveri?

E' notizia di questi giorni che il ministro Giannini abbia firmato il decreto che riordinerà le scuole di specializzazione per i medici, manovra che permetterà di assegnare 700 borse di studio in più, che detta in soldoni significa 700 nuovi specializzandi. Mi sono chiesta, leggendo la notizia, possibile che noi psicologi dobbiamo restare sempre i cugini poveri dei medici? Ricordo già ai tempi del tirocinio all'Istituto di Medicina Legale di Napoli, dove gli specializzandi si lamentavano di non riuscire a coprire le spese con le loro borse di studio e mi chiedevo e noi? Cosa dovremmo dire noi psicologi che studiamo esclusivamente a nostre spese in scuole che costano un occhio della testa e dove anche un master a volte costa quanto un'intera specializzazione? L'anno del tirocinio, che noi psicologi sosteniamo a nostre spese, partecipai alle giornate medico legali a Roma, ancora oggi, mi arrivano messaggi della Consulcesi, la quale conosce solo il mio nome e non il mio lavoro, di continui rimborsi per i medici specializzandi che non riescono a far fronte alle loro spese in assenza di una borsa di studio.Il nostro lavoro, inoltre, è così tutelato che ormai è all'ordine del giorno la notizia di qualche abuso di professione, basti leggere qui
o ancora andare in uno studio medico e trovare pubblicità di counseling psicologico da chi dichiaratamente non è uno psicologo, ma che allegramente ci deruba del nostro lavoro. Sulla differenza tra lo psicologo e il counselor ne ho già parlato qui,
per cui mentre loro piangono e ottengono risultati noi urliamo ma restiamo inascoltati. Quale sarà il nostro problema, avere un ordine che ci tutela poco, oppure è la nostra società ancora fortemente medicalizzata? A voi la risposta, nel mentre il governo taglia le gambe ai liberi professionisti che non sanno cosa fare 

Ed io? Io provo a farmi strada comunque ...
Alla prossima ...
Rosaria Uglietti